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IL  Libro di AUGUSTO
... una storia vera

L'emozionante racconto di una relazione tra un uomo un cane e la sua famiglia.

Un racconto di vita che può appartenere a Te ed al TUO CANE. Nicola Frassinetti

ci regala queste pagine di cinofilia e amore. 

PROLOGO

A volte il destino ti porta esattamente dove devi essere, anche se non lo sai ancora.

Nel 2013 vivevo con la mia compagna in una casa nuova, la terza in pochi anni. Avevamo con noi Benito, un gatto nero con lo sguardo fiero, e Bella, una gattina tricolore dolcissima. La vita scorreva tranquilla, forse troppo. Non sapevo che stavo per intraprendere un viaggio che avrebbe cambiato completamente chi ero.

Quella casa aveva qualcosa di diverso: finalmente lo spazio, la tranquillità, la possibilità di realizzare un sogno che covavo da tempo. Potevamo prendere un cane. Non avevo idea che quel "cagnolino" si sarebbe rivelato un maestro di vita travestito da meticcio simil-Doberman di 40 kg di puri muscoli. Avrebbe messo alla prova ogni mia certezza, mi avrebbe fatto sentire inadeguato, spaventato, frustrato. E soprattutto, cercando di risolvere i suoi problemi, avrei finito per risolvere i miei.

CAPITOLO 1 — Il destino ha i suoi piani

Mi sono seduto davanti al computer con l'eccitazione di un bambino la sera prima di Natale. Finalmente potevamo prendere un cucciolo. Un cagnolino tutto nostro. Benito, con la sua pelliccia nera e il carattere dolce, si era acciambellato sulla poltrona accanto a me, mentre Bella, la nostra gattina tricolore dallo sguardo fiero, ci osservava dalla mensola con quell'aria sapiente che hanno i gatti quando sanno che sta per cambiare qualcosa.

La mia compagna era entusiasta quanto me. Ne parlavamo da settimane, da mesi forse. Un cucciolo. Qualcuno che ci accogliesse scodinzolando quando tornavamo a casa, con cui fare lunghe passeggiate, che portasse nuova vita tra quelle mura che finalmente, dopo tre traslochi in pochi anni, sembravano davvero nostre. O almeno, nostre quanto può esserlo una casa in affitto. Ho iniziato a scorrere gli annunci di cani in adozione. Ce n'erano tantissimi, troppi. Pagine e pagine di musi teneri e occhi supplichevoli. Occhi tristi dietro le sbarre dei canili del Nord, del Centro, del Sud. Storie di abbandono raccontate in poche righe: "Trovato per strada", "Lasciato legato a un palo", "Troppo vivace per i precedenti proprietari". Ogni annuncio era un appello, una richiesta di salvezza, e mi sentivo sopraffatto dalla responsabilità di quella scelta.

Poi, tra tutti, un annuncio mi ha colpito dritto al cuore. La foto mostrava due cuccioli, due fratellini abbracciati l'uno all'altro. Nella descrizione c'era scritto: "Pippo e il suo fratellino cercano casa". Si trovavano in Calabria. Non so perché, ma guardando quella foto ho sentito qualcosa. Forse era la tenerezza di vederli insieme, forse l'idea che fossero uniti, che si proteggessero a vicenda. O forse era semplicemente il destino che bussava alla porta.

Ho chiamato subito il numero indicato nell'annuncio. "Pronto?" Una voce squillante e affabile ha risposto dall'altra parte. "Sono Maria."Le ho detto che chiamavo per i cuccioli, per Pippo e il suo fratellino. E Maria, con quella voce calda e materna che ti fa sentire subito a tuo agio, ha iniziato a raccontarmi tutto. Mi ha descritto come li avevano trovati, piccoli e spaventati, abbandonati in una zona di campagna. Mi ha parlato del loro carattere: Pippo era il più vivace, sempre in movimento, mentre il fratellino era più tranquillo, più riflessivo. Mi ha spiegato come si erano presi cura di loro, le prime vaccinazioni, come mangiavano con appetito, come giocavano tra loro. Mentre parlava, nella mia testa vedevo già uno di quei cuccioli correre nel nostro giardino. Lo vedevo esplorare ogni angolo con quella curiosità sfrenata che hanno i cuccioli. Immaginavo Benito e Bella che lo osservavano dall'alto, inizialmente diffidenti, poi piano piano incuriositi da quel piccolo essere peloso che avrebbe portato un po' di scompiglio nella loro vita tranquilla. "Allora?" ha chiesto Maria alla fine, con un tono pieno di speranza. "Cosa ne pensa?" Avrei voluto dire subito di sì. Avrei voluto gridare "Sì, lo vogliamo!" Ma qualcosa mi ha trattenuto. Forse era la responsabilità, forse la paura di fare il passo sbagliato, forse semplicemente la necessità di parlarne con calma con la mia compagna, anche se sapevo già cosa avrebbe detto.

"Mi prendo qualche giorno per pensarci," ho risposto, cercando di sembrare riflessivo e responsabile, anche se dentro di me la decisione era già presa.  "Va bene," ha detto Maria, comprensiva. "Mi chiami quando ha deciso. I cuccioli sono qui che aspettano." Ho riattaccato e ho raccontato tutto alla mia compagna. Abbiamo parlato per ore. Abbiamo immaginato come sarebbe stata la nostra vita con un cucciolo. Ci siamo chiesti quale dei due fratellini avremmo scelto. Abbiamo fantasticato sui nomi, sulle passeggiate, su tutto quello che avremmo potuto fare insieme.

Ci siamo presi quei giorni per "pensarci", ma in realtà avevamo già deciso. Volevamo solo assaporare l'attesa, l'eccitazione di quello che stava per cambiare nelle nostre vite. Quando ho richiamato Maria, il cuore mi batteva forte. Avevo già preparato le parole: "Sì, lo vogliamo. Quando possiamo venire a prenderlo?" "Pronto, Maria?" ho detto quando ha risposto. "Ah, ciao!" La sua voce era sempre squillante, ma questa volta c'era qualcosa di diverso. Un'esitazione. "Ascolta, mi dispiace tanto..." Il cuore mi si è stretto in un pugno. "I cuccioli non ci sono più," ha continuato, e nella sua voce c'era sincero dispiacimento. "Sono stati adottati ieri. Una famiglia è venuta a vederli e se li è portati via entrambi. Mi dispiace davvero, avresti dovuto richiamare prima..." Ho balbettato qualcosa, un saluto forse, e ho riattaccato.

Un senso di vuoto allo stomaco. Un misto di delusione e rabbia verso me stesso. Avevo aspettato troppo. Avevo perso l'occasione. Avevo lasciato che la mia indecisione, o forse la mia paura mascherata da riflessione, mi facesse perdere quel cucciolo che già nella mia testa era nostro. La mia compagna ha cercato di consolarmi. "Ne troveremo un altro," ha detto. Ma io non avevo voglia di sentire ragioni. Per un paio di giorni non ho più voluto nemmeno guardare gli annunci. Il computer è rimasto spento. Benito e Bella continuavano la loro vita tranquilla, ignari del dramma che si stava consumando nel mio cuore. Poi, come spesso accade nella vita quando meno te lo aspetti, è arrivata una voce.

Una di quelle voci che girano di paese in paese, che passano di bocca in bocca al bar, al mercato, davanti alla chiesa la domenica mattina. "C'è una signora qui vicino, si chiama Loredana. Ha dei cuccioli che vengono dal sud. Fa adozioni di trovatelli. Perché non andate a vedere?" Ho guardato la mia compagna. Lei ha guardato me. Non ci abbiamo pensato molto. Siamo saliti in macchina e siamo andati. Non sapevo che stavo per incontrare Augusto. Non sapevo che quella "perdita" di Pippo e del suo fratellino non era stata una sfortuna, ma il modo del destino di chiudere una porta per aprirne un'altra — una porta che mi avrebbe portato esattamente dove dovevo essere. La vita può essere sorprendente. E affascinante. A volte, quando perdi qualcosa che pensavi fosse perfetto per te, è solo perché il destino sta preparando qualcosa di completamente diverso. Qualcosa che cambierà la tua vita in modi che non avresti mai potuto immaginare.

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CAPITOLO 2 — Il cerchio si chiude

Io e Marta, la mia compagna di allora, siamo arrivati davanti a quel cancello in ferro coperto da lamiere. Una barriera che sembrava voler separare la natura delle colline moreniche da un mondo tutto suo, un mondo a parte.

Il viaggio era stato silenzioso. Entrambi persi nei nostri pensieri. Entrambi con quella strana sensazione che qualcosa stesse per accadere, senza sapere cosa. Ci siamo fermati davanti al cancello. L'abbiamo guardato per qualche secondo. Era imponente, chiuso, come a proteggere un segreto. Poi ci siamo guardati negli occhi. Uno di quegli sguardi che dicono tutto senza bisogno di parole. Era arrivato il momento. Non ricordo di aver alzato il braccio. Non ricordo il movimento della mia mano che cercava il campanello. Ma ricordo perfettamente il suono. Un trillo acuto che ha rotto il silenzio delle colline.

E poi l'attesa. Quei secondi interminabili in cui aspetti che qualcuno venga ad aprirti, mentre il cuore batte un po' più forte del normale. Mentre ti chiedi chi troverai dall'altra parte. Mentre immagini, speri, temi. Ho sentito dei passi. Lenti, sicuri.

Il cancello ha fatto clic! Si è aperto lentamente, cigolando leggermente sui cardini. Ed è uscita una signora.

All'apparenza un po' sciupata, trasandata. Ma era quel trasandato particolare, quello di chi si occupa degli altri e per cui la priorità non è se stessa, ma far star bene chi ne ha più bisogno di lei. I capelli raccolti in modo approssimativo, gli abiti pratici, consumati dal tempo e dal lavoro. Mani ruvide, segnate — mani che raccontavano storie di fatica, di dedizione.

Ma poi c'è stato un sorriso. Caldo. Sincero. Uno di quei sorrisi che ti fanno sentire subito al sicuro.

"Ciao, io sono Loredana." La sua voce era gentile ma ferma. Una voce che sapeva cosa voleva.

Ci siamo presentati e abbiamo iniziato a parlare. O meglio, lei ha iniziato a parlare. Ci ha fatto domande. Tante domande. Dove abitavamo, se avevamo esperienza con i cani, perché volevamo un cucciolo, che tipo di vita gli avremmo fatto fare.

Ma a dire la verità non riuscivo a concentrarmi sulle sue parole. Rispondevo automaticamente, mentre dentro di me c'era solo la frenesia di incontrare i cuccioli. Di toccarli. Di giocarci. Di vederli finalmente dal vivo, non attraverso lo schermo di un computer o nelle parole di qualcun altro. Ogni secondo che passava sembrava un'eternità.

Capisco ora, a distanza di anni, che quel parlare, quell'essere molto propositiva, era dato da un suo modo di studiarci. Di osservarci. Di leggere tra le righe delle nostre risposte. Di vedere oltre le parole, di scrutare nel nostro cuore. Stava valutando se noi, come persone, avremmo passato il test di ammissione per poter adottare un cucciolo.

Lei non dava via i suoi cani a chiunque. E in quel momento stava decidendo se fossimo degni.

Il test è durato minuti che sono sembrati ore. Poi, finalmente, un cenno impercettibile della testa. Un'espressione appena più distesa. "Venite," ha detto, con un gesto della mano. "Vi faccio vedere." Ed eccoci dentro.

La casa della signora Loredana era immersa nel verde delle colline. Era come entrare in un altro mondo, un mondo parallelo dove il tempo scorreva diversamente. Sembrava di essere in uno zoo, ma in senso buono. Recinti fatti con cura, costruiti con del legno stagionato, tutto al suo posto. Canneti di bambù che ondeggiavano dolcemente al vento, piante ovunque che creavano angoli d'ombra, sentieri ben tracciati che si snodavano tra il verde. Un posto impregnato di dedizione. Ogni dettaglio parlava di amore.Cani adulti ed equilibrati giravano dappertutto. Venivano a conoscerci, annusavano curiosi, si facevano accarezzare con quella dolcezza tranquilla che hanno i cani felici. Nessuno abbaiava in modo aggressivo, nessuno tirava o saltava addosso in modo scomposto. Erano sereni, in pace. Si vedeva che stavano bene.

Abbiamo camminato per quel piccolo paradiso verde. I nostri passi seguivano quelli di Loredana, che procedeva sicura tra i sentieri che conosceva a memoria. E a ogni passo, il mio cuore batteva più forte. Fino ad arrivare davanti a una porta.

La porta di un piccolo ma curato fienile. Loredana si è fermata. Ha posato la mano sulla maniglia.

L'emozione si è fatta forte. Fortissima. Quasi insostenibile. Si percepiva già che da lì dentro usciva un'energia particolare. Qualcosa di potente, di vitale, di incontenibile. Si sentivano dei guaiti sommessi, dei movimenti, una vita che fremeva dall'altra parte di quella porta. Ho guardato Marta. Anche lei lo sentiva. Aveva gli occhi spalancati, pieni di aspettativa.

Loredana ci ha sorriso. Poi, lentamente, ha girato la maniglia. La porta si è aperta. E in una frazione di secondo, prima ancora che potessi mettere a fuoco cosa stesse succedendo, un essere peloso e nero è esploso fuori da quella soglia come un razzo. Mi è corso tra le gambe con una foga incredibile. Ha cominciato ad agitarsi dall'emozione. Saltava, guaiva con una voce acuta e gioiosa, si dimenava come un serpente. La coda che andava avanti e indietro come un'elica impazzita, così veloce che sembrava sul punto di staccarsi. E subito è riuscito nel suo intento: catturare completamente la mia attenzione.

Mi sono chinato quasi per istinto e gli ho fatto le feste. L'ho accarezzato, grattato dietro le orecchie, coccolato. Le mie mani affondavano in quel pelo morbido di cucciolo. Lui si contorceva dal piacere, mi leccava le mani con quella lingua piccola e calda, cercava di arrampicarsi su di me con quelle zampette ancora morbide e impacciate. Era pura gioia. Pura energia. Pura vita. So che per due, forse tre minuti, Loredana parlava. La sentivo in sottofondo. Ma io ero completamente, irrimediabilmente perso con quella cosa nera che mi girava intorno come se ci conoscessimo da sempre.

Nero sul corpo, ma sul ferro — come si dice da noi per indicare il pelo — era di un marrone-arancio caldo. E aveva due macchioline sopra gli occhi, marroni anche quelle, che gli davano un'espressione particolare. Sembrava un piccolo Doberman. Ma anche no. C'era dell'altro. Un mix. Qualcosa di più, qualcosa di diverso, di unico.

Era bellissimo. Ho alzato lo sguardo per un attimo e ho notato che c'era un altro cucciolo.

Era rimasto sdraiato in un angolo del fienile, sembrava non attirato dalla nostra presenza. Tranquillo, o forse timido, o forse semplicemente meno esuberante del fratello. Ci guardava con occhi dolci ma distanti. Non aveva corso verso di noi. Non aveva cercato l'attenzione. Ma io sono tornato subito a guardare quello che mi saltava addosso. Quello che sembrava avermi scelto. Poi, all'improvviso, una sensazione mi è calata addosso. Una sensazione strana. Inquietante quasi. Come un déjà-vu, ma più forte. Come se stessi vivendo qualcosa che in qualche modo conoscevo già, che avevo già visto, già immaginato. Il cucciolo nero. Le macchie marroni. L'energia. La Calabria. Maria.

Un pensiero ha iniziato a farsi strada nella mia mente. Lentamente prima, poi sempre più veloce, sempre più insistente.

Come un fulmine che si carica prima di colpire. Mi sono voltato verso Loredana. Lei mi stava osservando con quel suo sguardo attento, valutando come interagivo con il cucciolo. Ho aperto la bocca. La domanda mi è uscita quasi senza che me ne rendessi conto. "Ma i cuccioli... da dove arrivano?" La mia voce era strana. Controllata ma tesa.

Loredana mi ha guardato, un po' sorpresa dalla domanda. "Dalla Calabria," ha risposto, quasi distratta, mentre continuava a osservare come il cucciolo nero si arrampicava sulle mie gambe. Mi è calato il gelo. Il mondo intorno a me è diventato ovattato. Il tempo si è fermato. Il cuore ha iniziato a battere più forte, così forte che lo sentivo nelle orecchie.

La seconda domanda è uscita fulminea, urgente. Dovevo saperlo. Dovevo esserne certo.

"Ma chi li aveva prima... si chiama Maria?" All'improvviso non sentivo più nulla.

Non sentivo i rumori della natura. Non sentivo gli altri cani che giravano intorno a noi. Non sentivo il vento tra i bambù. Non sentivo neanche più i guaiti del cucciolo ai miei piedi. Le mie orecchie erano concentrate solo su una cosa: la voce di Loredana. Lei si è fermata. Mi ha guardato con uno sguardo diverso. Uno sguardo stupito, quasi incredulo. Come se improvvisamente si fosse resa conto che stava succedendo qualcosa che andava oltre la normalità. I secondi prima della sua risposta sono stati eterni. "Sì..." ha risposto lentamente, la voce accompagnata da un'espressione di totale incredulità.

Una pausa. "Ma... come fate a saperlo?" Le parole uscivano lente, cariche di stupore.

Poi, come se improvvisamente avesse bisogno di conferma che non stesse sognando, che non fosse tutto una coincidenza impossibile, ha aggiunto con un filo di voce: "Ma chi siete voi?" Ho abbassato lo sguardo sul cucciolo che ancora mi saltellava intorno, ignaro del terremoto emotivo che stava scuotendo il mio cuore.

Quell'essere peloso e nero che pochi minuti prima mi era corso tra le gambe come se mi stesse aspettando da sempre. Quasi sapesse. Quasi avesse sempre saputo. Ho sentito la voce rompersi mentre pronunciavo le parole. "Lui è Pippo."

Non era una domanda. Era una certezza. "È Pippo!" Nella mia voce c'era meraviglia, incredulità, commozione. Tutto insieme. Un'emozione così forte che quasi mi toglieva il respiro. Loredana è rimasta in silenzio. Spiazzata. Ha annuito con la testa, lentamente, ancora incapace di capire cosa stesse accadendo davanti ai suoi occhi. Nella sua espressione c'era sorpresa, ma anche qualcos'altro. Forse commozione. Forse la consapevolezza di stare assistendo a qualcosa di speciale.

Ma io avevo già collegato tutto. Tutti i pezzi del puzzle si erano incastrati in un istante.

Lui era Pippo. Il cucciolo dell'annuncio. Quello che avevo chiamato. Quello che avevo desiderato. Quello che avevo sognato per giorni. Quello che avevo pianto quando mi avevano detto che era stato adottato. Quello che pensavo di aver perso per sempre. Il destino aveva fatto il suo giro intricato e misterioso. Aveva preso i due fratellini dalla Calabria, li aveva portati da Maria con la voce squillante, poi li aveva fatti partire di nuovo — forse l'adozione era saltata, forse c'era stato un ripensamento, forse semplicemente doveva andare così — e li aveva fatti arrivare qui, a pochi chilometri da casa mia, dalla signora Loredana. Nelle colline moreniche. Dietro un cancello di ferro coperto da lamiere.

Ad aspettarmi. E io, che pensavo di averlo perso per sempre, che avevo smesso di cercare, che mi ero arreso, ero lì davanti a lui. Per caso. O forse no. Forse era qualcosa di più grande, qualcosa che sfuggiva alla comprensione.

Non ci potevo credere. Marta mi ha toccato il braccio. Quando mi sono voltato a guardarla, ho visto che aveva gli occhi lucidi. Brillavano di lacrime trattenute. Anche lei aveva capito. Anche lei sentiva la magia di quel momento.

"È lui," ho sussurrato, anche se non c'era bisogno di sussurrare, anche se avrei voluto gridarlo. "È davvero lui."

Pippo — perché ormai sapevo con assoluta certezza che era lui — ha continuato a saltarmi intorno, ignaro del miracolo che stava accadendo. Per lui eravamo solo due persone nuove che gli facevano le feste, che lo accarezzavano, che gli davano attenzione.Non sapeva che il destino aveva lavorato per settimane per farci incontrare. Non sapeva che stava per cambiare la sua vita. E non sapeva che stava per cambiare anche la mia.

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CAPITOLO 3 — Il lieto fine (o forse l'inizio)

Loredana è rimasta in silenzio per qualche secondo. Ci guardava, guardava Pippo che continuava a saltarmi addosso come se non potesse farne a meno, poi di nuovo noi.

Nella sua espressione c'era incredulità. Ma non era solo stupore per la coincidenza. Era qualcosa di più profondo. Come se stesse assistendo a qualcosa che andava oltre la logica, oltre il caso. Come se stesse vedendo i fili invisibili del destino annodarsi davanti ai suoi occhi.Poi ha scosso la testa, con un sorriso che le illuminava il volto segnato dalla fatica.

"Non ci posso credere," ha mormorato, più a se stessa che a noi. "Non ci posso proprio credere."

Le ho raccontato tutto. Le parole mi uscivano veloci, quasi sovrapponendosi. L'annuncio su internet. La telefonata a Maria. La sua voce squillante che descriveva i due fratellini. I giorni di attesa. La decisione di richiamare. E poi la delusione, quel vuoto allo stomaco quando Maria mi aveva detto che erano stati adottati.

Loredana ascoltava, annuendo ogni tanto. Gli occhi che le brillavano sempre di più.

"Allora è per questo che Maria me li ha mandati," ha detto quando ho finito. "Mi aveva detto che c'era stata una famiglia interessata, ma che poi aveva aspettato troppo e nel frattempo era arrivata un'altra famiglia che li voleva prendere entrambi subito. Solo che all'ultimo momento, quella famiglia ha cambiato idea. Problemi loro, non so bene cosa sia successo. E così Maria mi ha chiamato e mi ha chiesto se potevo tenerli io, cercare per loro una buona famiglia. Sono arrivati qui tre giorni fa. Tre giorni. Tre giorni prima eravamo ancora lì, io e Marta, a leccarci le ferite per aver perso Pippo. E lui era già qui, a pochi chilometri da noi, ad aspettarci. "È incredibile," ha detto Marta, con la voce rotta dall'emozione. "È davvero incredibile." Loredana ci ha guardato entrambi. Ha visto come Pippo si era praticamente attaccato a me, come non volesse staccarsi neanche per un secondo. Poi ha sospirato. Un sospiro lungo, carico di significato.

"Vedete," ha iniziato, con quella voce che aveva preso un tono quasi solenne, "io di solito sono molto cauta. Non do via i miei cani così, alla prima visita. Vi faccio domande, vi studio, vi faccio tornare più volte. Devo essere sicura che siate le persone giuste. Devo essere sicura che i miei cuccioli vadano in buone mani."

Ha fatto una pausa. Pippo proprio in quel momento mi ha leccato la mano, come se volesse dare enfasi alle parole di Loredana. "Ma questa volta..." ha continuato, e nella sua voce c'era qualcosa di diverso. Qualcosa di commosso. "Questa volta è diverso." Ci ha guardato negli occhi. Prima me, poi Marta, poi di nuovo me.

"Sembra proprio che voi e lui vi dobbiate congiungere in un modo o nell'altro. È come se fosse già scritto. Come se non importasse cosa sarebbe successo, alla fine vi sareste comunque incontrati." Ho sentito un nodo in gola. Marta mi ha preso la mano e l'ha stretta forte. Loredana ha annuito, come se stesse confermando a se stessa una decisione già presa.

"Quindi metto da parte tutte le mie perplessità," ha detto, con un sorriso che le riempiva il volto. "Tutte le mie regole, tutti i miei protocolli. Penso proprio che vi siete ritrovati. E penso che abbiamo già detto tutto quello che c'era da dire."

Ha indicato Pippo, che in quel momento mi stava mordicchiando delicatamente le dita con i suoi dentini da latte.

"Pippo verrà a casa con voi." Il cuore mi è esploso in petto. Ho guardato Marta. Stava piangendo. Lacrime silenziose che le scendevano lungo le guance, mentre sorrideva con una gioia che non riusciva a contenere.

"Ne sono veramente contenta," ha aggiunto Loredana, e anche nei suoi occhi c'era una lucentezza sospetta. "Davvero. Non capita spesso di vedere qualcosa del genere." Poi ha allargato le braccia, come un'attrice alla fine di uno spettacolo.

"Come nelle favole," ha esclamato, con quella voce che ora era piena di calore e felicità, "c'è sempre un lieto fine!"

Mi sono chinato e ho preso Pippo tra le braccia. Lui si è accucciato contro il mio petto, improvvisamente tranquillo, come se avesse finalmente trovato il posto giusto. L'ho guardato negli occhi. Quegli occhi scuri con le macchioline marroni che sembravano vedermi davvero, vedermi per quello che ero. "Andiamo a casa, Pippo," ho sussurrato.

Ma nella mia testa una vocina diceva qualcosa di diverso. Diceva che forse questo non era un lieto fine. Forse era solo l'inizio. L'inizio di qualcosa che avrei capito solo molto tempo dopo — un viaggio che mi avrebbe portato in luoghi che non avrei mai immaginato, una trasformazione che sarebbe partita da quel cucciolo nero di quaranta chili di muscoli e energia. Ma in quel momento, con Pippo tra le braccia e Marta al mio fianco, non sapevo nulla di tutto questo.

C'era solo felicità. Pura, semplice, cristallina felicità. Il destino aveva fatto il suo lavoro. Adesso toccava a noi.

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CAPITOLO 4 — Il nome di un imperatore

Il viaggio di ritorno è durato pochissimo. Cinque minuti, forse meno. Il rifugio di Loredana distava così poco da casa nostra che quasi non abbiamo fatto in tempo a realizzare cosa stesse succedendo. Eppure, in quei cinque minuti, tutto era cambiato. Pippo era seduto in braccio a Marta, tranquillo, come se sapesse di essere finalmente al posto giusto. Ogni tanto alzava il musetto e ci guardava, con quegli occhi scuri pieni di fiducia. Mentre guidavo, i pensieri si affollavano nella mia testa. Un cucciolo. Avevamo un cucciolo. Dopo tutto quello che era successo, dopo la delusione, dopo aver pensato di averlo perso, ora era lì, con noi. Ma c'era anche un altro pensiero che mi girava in testa da giorni, da settimane forse. Un'idea che covavo da tempo. A quel tempo lavoravo già da circa sette, otto anni nel mondo dell'edilizia. Ero imbianchino e cartongessista. Un lavoro duro, faticoso, che ti spezza la schiena e ti riempie i polmoni di polvere. Ma era il mio lavoro, e lo facevo bene. Da qualche tempo stavo lavorando nei pressi di Sirmione del Garda, per due persone molto facoltose nel campo della moda. Stavo ritinteggiando tutta la loro villa. E che villa. Era una dimora alla moda e sfarzosa, con facciate color porpora che catturavano la luce del sole e la trasformavano in qualcosa di magico. Altre facciate facevano da contrasto con un colore oro brillante, luminoso, quasi abbagliante. Un abbinamento di colori audace, che a prima vista poteva sembrare eccessivo, ma che invece dava un tocco raffinato a quella bella villa. Era eleganza e potenza insieme. Era arte.

Ogni giorno, mentre davo pennellate di quel porpora regale o di quell'oro che sembrava vivo, mi sentivo parte di qualcosa di importante. Non stavo solo dipingendo muri. Stavo contribuendo a creare bellezza.

Ma la cosa che più mi aveva colpito di quella villa non erano i colori sfarzosi o l'architettura imponente. Erano i suoi habitants a quattro zampe. In quella villa vivevano quattro Labrador. Quattro cani magnifici, educati, eleganti quanto la casa che abitavano. E tutti avevano nomi di imperatori romani. C'era Caligola, un Labrador color miele con il mantello che brillava al sole come oro liquido. Aveva un carattere vivace, a volte un po' folle — proprio come il suo omonimo imperatore, scherzavano i padroni. C'era Nerone, ovviamente nero come la notte. Imponente, regale, con uno sguardo penetrante che sembrava scrutarti l'anima. Era il più grande, il più massiccio, e quando si muoveva lo faceva con una solennità quasi teatrale.

C'era Cesare, se non ricordo male, con il mantello color marrone come cioccolato fondente. Era il più tranquillo, il più riflessivo. Quello che ti si sedeva accanto mentre lavoravi e ti teneva compagnia in silenzio.

E c'era un quarto cane, il cui nome ora mi sfugge dalla memoria, ma che era sempre, rigorosamente, quello di un imperatore romano. Li osservavo mentre lavoravo. Li vedevo muoversi per il giardino, giocare tra loro, rispondere ai richiami dei padroni. E ogni volta pensavo: "Che nomi potenti. Che nomi nobili." I miei clienti erano persone con molte possibilità, questo era evidente. Ma non hanno mai fatto pesare nulla. Mai un atteggiamento di superiorità, mai una parola fuori posto. Anzi, mi sentivo a casa quando lavoravo nella loro villa. Mi offrivano il caffè, mi chiedevano come stava andando il lavoro, si interessavano a me come persona, non solo come dipendente. Tenevo e tengo ancora molta stima di loro. Mi sono trovato davvero bene, e quella villa, con i suoi colori imperiali e i suoi cani dai nomi storici, è rimasta impressa nella mia memoria.

Ed è lì, tra pennellate di porpora e d'oro, tra un "Vieni qui, Caligola!" e un "Bravo, Nerone!", che mi è partito il pallino.

Se avessi mai avuto un cane, gli avrei dato anche io un nome da imperatore. Un nome potente. Un nome che significasse qualcosa. Un nome non banale, uno qualunque. Un nome degno di un re. Così, quando ho portato a casa Pippo quella sera, sapevo già cosa fare. Marta mi ha guardato mentre entravo in casa con il cucciolo in braccio. "Come lo chiameremo?" ha chiesto, con quel sorriso ancora dipinto sul volto. Benito e Bella ci osservavano con sospetto dall'alto della loro mensola preferita. Chi era questo intruso peloso che aveva osato invadere il loro territorio? Ho guardato il cucciolo. Lui ha alzato il muso verso di me, con quegli occhi che già mi vedevano come un punto di riferimento. Era nero, forte, aveva qualcosa di nobile nonostante fosse solo un batuffolo di pelo. "Augusto," ho detto, senza esitazione. Marta ha inclinato la testa. "Augusto?" "Sì. Come l'imperatore. Come Augusto, il primo imperatore di Roma. Quello che ha trasformato Roma da repubblica a impero. Quello che ha portato la pace dopo anni di guerre civili."

Non sapevo perché stessi dicendo tutte queste cose. Forse era la stanchezza, forse l'emozione della giornata. O forse, in qualche modo, sentivo che quel nome aveva un significato più profondo di quanto potessi immaginare.

"Augusto," ha ripetuto Marta, assaggiando il nome. Poi ha sorriso. "Mi piace. È un nome importante. Un nome che non si dimentica." "È un nome non usato per i cani," ho aggiunto. "E proprio per questo mi piace. Non è Fido, non è Lucky, non è Max. È Augusto. È unico." Ho posato il cucciolo sul pavimento. Lui ha fatto qualche passo incerto, esplorando con il naso questo nuovo mondo che era diventato la sua casa. "Augusto," ho chiamato, per provare come suonava.

E lui, incredibilmente, si è voltato. Come se quel nome gli appartenesse già, come se lo stesse aspettando da sempre.

Benito ha soffiato dalla sua postazione sopraelevata. Bella ha agitato la coda, nervosa. Ma Augusto non se ne è curato. Ha continuato a esplorare, con quella sicurezza che hanno solo i cuccioli, che non conoscono ancora il mondo ma sono sicuri di poterlo conquistare. Quanto quel nome sarebbe stato appropriato, lo avrei scoperto solo dopo. Proprio come l'imperatore Augusto aveva trasformato Roma, questo cucciolo avrebbe trasformato me. Sarebbe diventato un imperatore anche lui — non di un impero di terre e città, ma di un regno fatto di emozioni, di sfide, di crescita personale. Un regno che avremmo costruito insieme, giorno dopo giorno, errore dopo errore, vittoria dopo vittoria.

Ma in quel momento c'era solo un cucciolo nero con macchie marroni, che esplorava il suo nuovo territorio sotto lo sguardo diffidente di due gatti che non sembravano per niente entusiasti del nuovo arrivato. E c'era un nome. Augusto.

Un nome da imperatore, per un cucciolo che avrebbe regnato sulla mia vita in modi che non avrei mai potuto immaginare.

CAPITOLO 5 — Quando tutto sembrava perfetto (ma non lo era)

Augusto è entrato nella mia vita ad agosto 2013. Agosto. Il mese più caldo, più frenetico, più intenso per chi fa il mio lavoro. Il mese in cui tutti vogliono finire i lavori in casa prima che arrivi settembre, prima che ricominci la scuola, prima che finiscano le vacanze e la vita torni alla normalità. Cantieri ovunque. Telefonate continue. Preventivi da fare, colori da scegliere, pareti da tinteggiare. Le giornate sembravano non bastare mai. Partivo la mattina presto, quando il sole era ancora una promessa all'orizzonte, e tornavo la sera tardi, con la schiena a pezzi e la pelle macchiata di vernice.

E in mezzo a tutto questo caos, c'era lui. Augusto. Un batuffolo nero con le macchie marroni che mi aspettava a casa, pieno di energia, pronto a giocare, a esplorare, a vivere. All'inizio tutto sembrava andare liscio come l'olio.

Augusto era un cucciolo adorabile. Giocava con i suoi pupazzi, rincorreva Benito e Bella per casa — loro meno entusiasti, lui invece elettrizzato — mangiava con appetito, dormiva come un sasso. Era perfetto. Esattamente come lo avevo immaginato. Marta si occupava di lui quando io ero fuori per lavoro. Gli dava da mangiare, giocava con lui, lo teneva d'occhio. E quando tornavo a casa, io mi godevo quei momenti di tenerezza con il mio imperatore in miniatura.

Ma c'era un problema. Un problema che allora non vedevo, che non capivo, che non potevo nemmeno immaginare.

Augusto era il mio primo cane. Il. Mio. Primo. Cane.

Non avevo la minima idea di cosa gli servisse per crescere sereno. Non sapevo nulla di socializzazione, di esposizione graduale agli stimoli, di esperienze positive, di costruzione della fiducia.

Nulla. Ero completamente, totalmente, profondamente ignorante in materia cinofila.

E da bravo tuttologo — come spesso siamo noi uomini quando pensiamo di sapere tutto senza aver studiato niente — pensavo che servisse solo tanto amore. Solo quello. Amore, cibo, un tetto sopra la testa, e tutto il resto sarebbe venuto da sé. "È solo un cucciolo," mi dicevo. "Crescerà. Imparerà. Andrà tutto bene."

Oh, quanto mi sbagliavo. Ma in quei mesi estivi, tra un cantiere e l'altro, tra una pennellata e l'altra, non vedevo i segnali. Non vedevo che stavo trascurando una fase cruciale, forse la più importante della vita di Augusto.

La fase in cui avrebbe dovuto conoscere il mondo. La fase in cui avrebbe dovuto imparare che gli altri cani non sono una minaccia. Che le persone sconosciute possono essere amichevoli. Che i rumori forti non sono pericolosi. Che il mondo là fuori, oltre il giardino di casa, è un posto dove può sentirsi al sicuro. Ma io non lo sapevo.

E così ho lasciato che i giorni scivolassero via, uno dopo l'altro, mentre Augusto cresceva nel suo piccolo impero fatto di quattro mura, un giardino, due gatti, e nient'altro. Poi è arrivato novembre. E tutto è cambiato.

Novembre porta sempre con sé un senso di malinconia. Le foglie cadono, la luce si fa più breve, l'aria diventa tagliente. È il mese in cui l'anno comincia a morire, in cui tutto sembra prepararsi per l'inverno. E in quel novembre, anche la mia relazione con Marta ha iniziato a morire. Non è successo all'improvviso. Non c'è stato un litigio furioso, una scoperta devastante, un tradimento. È stato più sottile, più lento. Come una crepa che si allarga piano piano in un muro, fino a quando tutto crolla. Le nostre strade si sono divise. Lei è andata per la sua strada. Io per la mia.

E Augusto... Augusto è rimasto con me. Non so se lui abbia capito cosa stesse succedendo. Se abbia sentito la mancanza di Marta. Se si sia chiesto dove fosse andata quella persona che gli dava da mangiare, che giocava con lui, che faceva parte del suo mondo. Probabilmente sì. I cani sentono queste cose. Le percepiscono anche quando cerchiamo di nascondergliele. E quello era un momento particolarmente fragile per lui. Perché Augusto, in quel novembre, aveva circa quattro mesi e mezzo. Forse cinque. Era nel pieno — anzi, quasi alla fine — della sua fase di socializzazione.

Quella fase magica e cruciale che in media dura fino ai 150, 160 giorni di vita di un cane. Quella finestra temporale in cui il cucciolo è come una spugna: assorbe tutto, impara tutto, forma le sue idee sul mondo che lo circonda.

Per un cane, come per un bambino, la socializzazione è una fase importantissima. Fondamentale. Determinante.

Perché nel bene o nel male, ciò che viene conosciuto in quel periodo — le interazioni con altri cani, le interazioni con le persone, le esperienze negative o positive — il cane se le porterà dietro per tutta la vita.

È lì che si costruisce la sua personalità. È lì che impara a leggere il mondo. E Augusto, il mio piccolo imperatore, cosa aveva conosciuto in quei mesi cruciali? Quattro mura. Un giardino. Due gatti. Me e Marta. Tutto qui.

Niente passeggiate in città. Niente incontri con altri cani. Niente bambini che giocano al parco. Niente traffico, niente rumori urbani, niente sconosciuti che si avvicinano per fargli una carezza. Niente di tutto questo. E io, nella mia ignoranza, pensavo andasse bene così. Tanto di tutto questo è venuto a mancare. Per impegni di lavoro. Per leggerezza. Per ignoranza in materia. E quando io e Marta ci siamo lasciati, la situazione è già abbastanza complicata. Abbiamo traslocato. Io, Augusto, Bella e Benito. Abbiamo lasciato quella casa in affitto. Siamo andati in un appartamento nei limitrofi di Mantova. Al piano terra, con un giardino. Un nuovo inizio. Un nuovo regno per Augusto. Solo io e i miei tre compagni di vita.

E io, che ora ero solo, che dovevo lavorare per pagare le bollette e l'affitto, non avevo tempo. Non avevo energie. Tornavo a casa stanco, distrutto, con la testa piena di preoccupazioni. Le passeggiate? Quali passeggiate?

Augusto usciva in giardino. Faceva quello che voleva. Era libero nel suo piccolo regno recintato. E io pensavo bastasse.

Benito e Bella se ne stavano rintanati sui loro posti alti, osservando con disapprovazione questo stravolgimento delle loro vite tranquille. E Augusto non conosceva il mondo reale. Non l'aveva mai conosciuto davvero. Al di là di quelle quattro mura e di quel giardino, per lui c'era l'ignoto. Nel suo piccolo regno, lui era Augusto l'Imperatore. Il re indiscusso.

Ma cosa sarebbe successo quando avesse dovuto affrontare l'impero vero? Quello fatto di altri cani, di persone sconosciute, di rumori, di caos, di imprevedibilità? Non lo sapevo. E sarei stato costretto a scoprirlo nel modo più duro.

Poi sono arrivati i mesi freddi. Dicembre, Gennaio. Il lavoro nel campo dell'edilizia rallenta. Fa troppo freddo per tinteggiare fuori. Le vernici non asciugano bene. I clienti aspettano la primavera. E per la prima volta da quando Augusto era entrato nella mia vita, avevo tempo. Tempo per stare a casa. Tempo per occuparmi di lui. Tempo per fare quello che avrei dovuto fare mesi prima. Tempo per portarlo a passeggio. Ho iniziato piano. Qualche giro intorno all'isolato. Poi qualche strada più lunga. Poi verso il parco. Non più lasciarlo libero in giardino a fare quello che voleva, come al solito. Ma vere passeggiate. Fuori. Nel mondo reale. E non ci è voluto molto per capire che stavano arrivando dei problemi.

Grossi problemi. Seri problemi. Problemi che avrei dovuto prevedere, se solo avessi saputo. Se solo avessi capito. Se solo non fossi stato così maledettamente ignorante. Ma ormai era troppo tardi.

Il danno era fatto. E Augusto, il mio piccolo imperatore, stava per mostrarmi quanto potesse essere difficile gestire un cane quando le basi non ci sono.

CAPITOLO 6 — Quando il sogno è diventato un incubo

Ha iniziato piano. Sottile. Come una malattia che si manifesta con sintomi lievi prima di esplodere in tutta la sua gravità.

I primi segnali li ho notati durante le passeggiate serali. Augusto si irrigidiva quando vedeva qualcosa muoversi in lontananza. Le orecchie dritte, il corpo teso, uno sguardo fisso e penetrante. "È solo un po' eccitato," mi dicevo. "È giovane. Imparerà." Ma non ha imparato. Anzi.

Ha iniziato a manifestare segnali di aggressività verso tutto ciò che si muoveva. Soprattutto di sera, quando le ombre si allungavano e ogni movimento diventava una minaccia nel suo cervello. Una moto che sfrecciava per la strada, una bicicletta che spuntava angolo — bastava poco. Augusto si lanciava. Quaranta chili di muscoli che si gettavano in avanti come un treno merci, un abbaio gutturale che faceva girare la testa, il guinzaglio che si tendeva fino quasi a spezzarsi. E così per ogni altra cosa che si muoveva nel suo raggio di visione. Ma il peggio, il peggio assoluto, era con gli altri cani.

Non importava se erano grandi o piccoli, maschi o femmine, aggressivi o tranquilli. Per Augusto, ogni cane era una minaccia. Ogni cane era un nemico da combattere, da allontanare, da distruggere. Uscire di casa era diventato impossibile.

Non era più una passeggiata. Era una battaglia. Una guerra che combattevo ogni singolo giorno, ogni singola volta che mettevo il guinzaglio al mio imperatore e aprivo la porta di casa. Cercavo di portarlo fuori solo al mattino presto — alle sei, alle cinque e mezza, quando il mondo ancora dormiva — o la sera tardi, alle undici, a mezzanotte, nella speranza disperata di non incontrare nessuno. Ma anche così, anche in quegli orari assurdi, c'era sempre qualcosa. Una macchina. Una bici. Un cane portato fuori da qualcun altro che, come me, cercava di evitare il mondo. E ogni volta era lo stesso copione.

Io mi aggrappavo con tutte le mie forze, le braccia che bruciavano, le mani che si segnavano di rosso dalla presa disperata. Lui era fuori controllo. Non mi sentiva più. Non esistevo più per lui. C'era solo quella cosa che si muoveva, quella minaccia che doveva eliminare, quel nemico che doveva affrontare. Ogni passeggiata era fonte di stress, perché non sapevo mai cosa avrei incontrato, perché dovevo sempre stare all'erta. Fonte di vergogna, per quegli sguardi delle persone che dicevano tutto senza bisogno di parole: "Non sei capace di gestire il tuo cane." "Quel cane è pericoloso." Fonte di frustrazione, perché volevo solo fare una cosa semplice, normale — portare il mio cane a passeggio. Come fanno tutti. Come vedevo fare agli altri ogni giorno. Persone che camminavano serene con i loro cani al guinzaglio, che si fermavano a chiacchierare con altri proprietari, che entravano nei bar, che godevano della compagnia del loro amico a quattro zampe.

Perché io no? Perché noi no? Anche solo andare a bere un caffè al bar era diventato un supplizio. Legavo Augusto fuori, come fanno tutti. Entravo, ordinavo un caffè veloce. E poi lo sentivo. Quel suono. Quell'abbaio furioso.

Uscivo di corsa. Augusto era lì, lanciato contro il guinzaglio, che abbaiava a un cane che passava dall'altra parte della strada. O a una persona. O a niente, perché ormai bastava poco per farlo scattare.

E sentivo su di me gli sguardi. I giudizi degli altri. Quelli espliciti — "Ma non lo sai gestire?" — e quelli silenziosi, ancora più pesanti. La gente si allontanava. Si spostava dall'altro lato del marciapiede. Prendeva in braccio i bambini. Stringeva a sé i propri cani. Come se Augusto fosse un mostro. Come se io fossi un fallimento. E forse lo ero. Così ho smesso.

Ho smesso di fare passeggiate normali. Ho smesso di portarlo nei posti dove c'era vita, movimento, persone, cani.

Ho smesso di portarlo con me nel tempo libero, quando andavo in città, quando incontravo amici, quando facevo le cose normali che fa la gente normale con i propri cani normali. Le uniche situazioni in cui lo portavo con me erano quando andavo a pescare. La pesca era diventata il mio rifugio. E anche il suo.

Andavamo al laghetto. Montavo la tenda. Passavamo i weekend lì, un po' fuori dalla vita normale. In posti sottostimolati, come avrei imparato a chiamarli anni dopo, quando finalmente avrei capito cosa stavo facendo di sbagliato.

Niente cani. Niente macchine. Niente biciclette. Niente persone sconosciute. Solo io, lui, l'acqua, il silenzio.

E lì, in quei posti isolati dal mondo, Augusto era perfetto. Era il cane che avevo sempre sognato. Tranquillo, affettuoso, presente. Mi stava accanto mentre pescavo. Dormiva sulla sua brandina. Giocava con me quando facevo una pausa. Era Augusto. Il mio Augusto. L'imperatore del suo piccolo regno silenzioso. Ma era una bugia. Una bella bugia che ci raccontavamo entrambi. Perché il mondo vero era là fuori. E prima o poi avremmo dovuto affrontarlo.

Abbiamo fatto questa vita per circa due anni e mezzo. Due anni e mezzo di isolamento. Di passeggiate all'alba e a mezzanotte. Di weekend al laghetto. Di evitare il mondo. Due anni e mezzo in cui ho vissuto nella negazione. Nella speranza che le cose sarebbero migliorate da sole. Che Augusto sarebbe cresciuto. Che avrebbe imparato. Ma non è successo.

E poi c'è stato quell'episodio. Quello che ha fatto crollare tutte le mie illusioni. Quello che mi ha costretto a guardare in faccia la realtà. L'estate del 2016 — Il punto di non ritorno

Era un weekend dell'estate 2016. Eravamo al laghetto a pagamento, quello dei soci. Un posto che conoscevo bene, dove mi sentivo al sicuro. Ci conoscevamo tutti. Erano amici, compagni di pesca, persone che mi vedevano come ero davvero, non come il proprietario di "quel cane aggressivo". E Augusto lì era ben voluto. Amato, addirittura. Perché quel laghetto era come se fosse casa sua. Protetto da stimoli nuovi. Protetto soprattutto dalla visione di altri cani. Era il suo paradiso. E il mio.

Quel pomeriggio eravamo una decina di persone sedute nella mia postazione di pesca. Si rideva, si scherzava. Un classico pomeriggio di pesca con amici che ti vengono a trovare. Birre fresche, risate, battute. La vita com'era prima che tutto si complicasse. Avevo posizionato la mia tenda a ridosso della rete perimetrale di confine. Dietro c'era una strada sterrata dove passava forse una macchina al giorno. Massimo due. Un posto super tranquillo.

Augusto era legato con una corda di quattro metri alla mia sedia. Riposava sulla sua brandina, quella che portavo sempre. Sembrava sereno. Gli occhi socchiusi, il respiro regolare. Il mio imperatore nel suo regno di pace.

Stavo raccontando una barzelletta. Gli amici ridevano. E poi l'ho visto.

Augusto ha tirato su la testa. Ha assunto quello sguardo. Quello sguardo di allerta che ormai conoscevo fin troppo bene. Le orecchie dritte. Il corpo che si irrigidiva. Gli occhi fissi su qualcosa che io non vedevo ancora.

"Cosa c'è?" ho chiesto, ma già sapevo che stava per succedere qualcosa. Non capivo cosa. Non ancora.

Quattro, cinque secondi dopo, mi sono trovato in aria. Poi subito a terra.

E poi trascinato. Trascinato sulla terra calda di quell'estate, la pelle che si graffiava, le mani che cercavano disperatamente di aggrapparsi a qualcosa. Cosa diavolo stava succedendo? Augusto era partito come un missile.

Alla visione dei cavalli — un gruppo di persone a cavallo che stava facendo una passeggiata lungo quella stradina sterrata — e del loro cane che li seguiva tranquillo, Augusto era letteralmente esploso.

Quando la corda si è messa in tensione, la mia sedia ha ceduto. Si è rotta. Mi ha fatto volare in aria come un pupazzo.

E quella corda, sotto lo sforzo della potenza prodotta da quaranta chili di muscoli puri, si è attorcigliata al mio piede.

Così mi sono ritrovato trascinato. Trascinato verso quella rete. Verso quei cavalli. Verso quel cane.

E il suono. Oh, quel suono. Si è sentito un demonio. Non c'era altro modo per descriverlo.

Un demonio assetato di violenza, di rabbia, di sangue forse. Un suono gutturale, profondo, terrificante. Non era più il mio cane. Era qualcos'altro. Qualcosa di primitivo, di incontrollabile.

Era lì, affacciato a quella rete che lo divideva dai cavalli. I cavalli che si agitavano, spaventati. Le persone che gridavano.

E quel cane. Quel cane dall'altra parte della rete. Un cane ben educato. Calmo. Che non mostrava alcun senso di rabbia, di cattiveria. Anzi, era tranquillo. Guardava Augusto con quello sguardo quasi perplesso, come a dire: "Ma che problema hai?"

Guardava quel coglione di Augusto che era impazzito. E io ero lì, a terra, il piede ancora attorcigliato nella corda, la polvere nei capelli, graffi sulle braccia. I miei amici erano corsi ad aiutarmi. Qualcuno aveva afferrato Augusto. Qualcuno mi aveva liberato il piede. Le persone a cavallo si erano allontanate velocemente, lanciando occhiate spaventate e arrabbiate.

E io ero lì. In mezzo a tutto. Con il fuoco della rabbia che mi bruciava dentro.

Una rabbia che non sapevo nemmeno verso chi dirigere. Verso Augusto? Verso me stesso? Verso il destino che mi aveva portato quel cane? Gli amici cercavano di consolarmi. "Non è colpa tua." "È solo un cane reattivo." "Succede."

Ma io mi vergognavo. Mi vergognavo con le persone che erano presenti. Con i miei amici che avevano visto quella scena. Con le persone a cavallo che ora pensavano che fossi un irresponsabile. Con me stesso. E quella rabbia continuava a bruciare. Fuori, dove tutti potevano vederla nel mio sguardo, nelle mie mani che tremavano mentre cercavo di calmare Augusto. E dentro, dove nessuno poteva vederla ma dove faceva ancora più male. Perché quella rabbia era fatta di domande senza risposta. Cosa ho sbagliato? Perché il mio cane è così? Perché non riesco a gestirlo?

Cosa devo fare? E la domanda più terribile di tutte, quella che non osavo nemmeno pensare a voce alta:

Devo arrendermi? Quella sera, nella tenda, con Augusto finalmente calmo accanto a me — indifferente a tutto quello che era successo, come se non avesse appena dato spettacolo di sé nel modo più imbarazzante possibile — ho pianto.

Ho pianto di frustrazione. Di rabbia. Di vergogna.

E ho pianto perché amavo quel cane. Nonostante tutto. Nonostante i problemi, nonostante l'imbarazzo, nonostante la fatica. Lo amavo. E non sapevo come aiutarlo. Non sapevo come aiutare me stesso.

Quella notte, guardando le stelle attraverso l'apertura della tenda, con Augusto che dormiva tranquillo come un cucciolo innocente, ho capito una cosa. Così non potevamo andare avanti. Qualcosa doveva cambiare.

O saremmo rimasti prigionieri per sempre — lui della sua paura travestita da aggressività, io della mia incapacità di gestirlo — in un loop infinito di isolamento e frustrazione. Ma cosa potevo fare? Non lo sapevo ancora.

Non sapevo che la risposta era più vicina di quanto pensassi. Non sapevo che stavo per incontrare qualcuno che avrebbe cambiato tutto.Ma prima dovevo toccare il fondo.

E forse, quella sera al laghetto, il fondo l'avevo finalmente toccato.

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CAPITOLO 7 - Alessia

Dopo l'episodio del laghetto, le cose tornarono più o meno alla normalità. Alla nostra normalità.

Quella normalità fatta di passeggiate all'alba e a mezzanotte, di weekend pesca, di isolamento dal mondo. Quella normalità che non era normale affatto, ma che ormai eravamo abituati a considerare normale.

Io e Augusto. Soli. Ma il destino, come ho detto, ha i suoi piani. E anche stavolta non ha deluso.

Era stato circa un anno prima dell'episodio del laghetto. Marta, la mia ex compagna, portava Augusto dalla veterinaria. Una veterinaria in una piccola clinica che aveva frequentato sin dall'inizio, quando eravamo ancora insieme.

Era la dottoressa Alessia. Alessia era una veterinaria molto brava. Molto competente. Il tipo di persona che, quando ti parlava del tuo cane, ti dava la sensazione di avere davanti a te qualcuno che non stava solo facendo il suo lavoro, ma che ci metteva il cuore. Che si preoccupava davvero per quei piccoli pazienti pelosi che arrivavano nella sua clinica spaventati e confusi. La prima volta che l'ho incontrata, mi ha colpita subito. Non solo per la sua professionalità - anche se quella era innegabile - ma per qualcosa di più. Un calore. Una dedizione genuina che non si può fingere.

Quando io e Marta ci siamo lasciati e me ne sono andato da solo con Augusto, Benito e Bella nell'appartamento nei limitrofi di Mantova, ho provato a cambiare veterinario. Aveva senso, no? Ero nel territorio diverso. C'erano veterinari più vicini. Più comodi da raggiungere. Ne ho provato uno. Poi un altro. Poi ancora un altro. Ma niente.

Nessuno mi dava la stessa sensazione di Alessia. Nessuno mi ispirava la stessa fiducia. Nessuno sembrava curare il mio cane con quella dedizione, quella passione, quella professionalità. Abituato alla bravura e alla dedizione della dottoressa Alessia, gli altri veterinari mi sembravano non andare bene. Un giorno mi è balenato un pensiero. "Ma anche se ho 25 minuti di strada... perché io non mi affido ancora alla dottoressa?" E così ho fatto.

Ho chiamato. Ho preso un appuntamento. Ho percorso quei 25 minuti di strada con Augusto in macchina, con la sensazione di tornare a casa. E da quel momento... è nata una bellissima relazione con questa persona.

Non succede spesso nella vita. Incontrare qualcuno che entra nella tua vita non solo per amore romantico, ma per un legame più profondo. Un legame che passa anche per i tuoi animali. Per chi ami.

Fin dal primo momento sentivo che Alessia amava Augusto e i miei due gatti come li amavo io.

Non è una cosa scontata. Non tutte le persone che entrano nella tua vita capiscono quella connessione. Quella cosa intera che rapresenta il legame tra un uomo e il suo cane, tra una famiglia e i suoi animali.

Lei l'ha colta subito. Istintivamente. Come se fosse stata sempre parte di quella famiglia, come se quei due gatti e quel cane fossero stati sempre anche i suoi. Ma Augusto... Augusto non cambiava.

I suoi problemi erano ancora lì. Ancora presenti. Ancora violenti e incontrollabili. Un giorno Alessia ha provato a portarlo fuori. Era un disastro. Lo stesso copione di sempre. Augusto che tirava, che abbaiava, che si lanciava verso ogni cosa che si muoveva. La tensione del guinzaglio, lo stress, la frustrazione. Era un disastro anche con lei.

E quando tornavo a casa, dopo un giorno di lavoro, e Alessia mi raccontava com'era andata, mi sentivo male.

Male in due modi. Il primo era quello solito. La frustrazione, la vergogna, la sensazione di fallimento che provavo ogni volta che i comportamenti di Augusto emergevano in tutta la loro forza. Ma il secondo era diverso. Era più profondo.

Mi immedesimavo in lei. Pensavo a quello che stava provando. A come si sentiva. Questa persona che ci aveva accolto a casa sua. Che ci aveva aperto le porte del suo cuore. Che aveva scelto di essere parte della mia vita, con tutti i bagagli che quella scelta portava con sé. E vederla soffrire per i comportamenti di Augusto... quello mi faceva male il doppio.

Perché non era solo il mio problema. Non più. Era diventato il problema di entrambi.

E Alessia lo affrontava con una pazienza, con una comprensione che forse non meritavo. Non me, non Augusto.

Ma la pazienza ha un limite. E io sapevo che, prima o poi, avrei dovuto smettere di chiederle di sopportare. Avrei dovuto trovare una soluzione. Per Augusto. Per me. Per noi.

Ma come? Come si risolve qualcosa che è durato così tanto tempo? Qualcosa che si è radica profondamente in un cane? Qualcosa che era diventato parte di lui come il colore dei suoi occhi o la forma del suo corpo?

Non lo sapevo ancora. Ma per la prima volta in quei quasi due anni e mezzo di lotta solitaria contro i problemi di Augusto, non ero più solo. C'era Alessia.

La veterinaria con il cuore grande. La donna che aveva scelto me, con tutti i miei fallimenti e le mie insicurezze. La donna che aveva scelto Augusto, nonostante i suoi problemi.

E forse, proprio questa sensazione di non essere più solo, è stata quella che ha iniziato a cambiare qualcosa.

Non nel cane. In me.

CAPITOLO 8 - Il messaggio che ha cambiato tutto

Ero sulla scala. Una casa. Un bagno. Pennello in mano. Le pareti bianche che prendevano forma sotto le mie pennellate precise, automatiche. Un lavoro come tanti altri. Una giornata come tante altre.

Il telefono vibra in tasca. Un messaggio. Di Alessia. L'ho preso distrattamente, pensando fosse un semplice "come va?" o "ci vediamo stasera?". I messaggi che ci scambiavamo tutti i giorni, quelle piccole attenzioni che tengono insieme le coppie.

Ma non era un messaggio di testo. Era una fotografia. Ho aperto l'immagine. E il mondo si è fermato.

Le ginocchia di Alessia. Sbucciate. Piene di terra. E sangue. Il sangue.

Ho fissato quella foto per quello che è sembrato un'eternità, ma che probabilmente è stato solo qualche secondo. Il cervello che cercava di processare, di capire, di dare un senso a quello che vedevo. Poi è arrivato il messaggio.

Quelle parole. Quelle maledette parole che ancora oggi sento risuonare nella mia testa come un eco che non si spegne mai.

"Basta. Augusto mi ha rotto i coglioni." Non c'era rabbia in quelle parole scritte. C'era qualcosa di peggio.

C'era rassegnazione. C'era dolore. C'era la stanchezza di chi ha provato, ha sopportato, ha amato, ma ora non ce la fa più.

L'ho chiamata subito. Le mani mi tremavano mentre componevo il numero. Il pennello era caduto nella vaschetta della vernice, ma non me ne importava nulla. Ha risposto al primo squillo. E appena ha sentito la mia voce, è scoppiata.

In lacrime. Non piangeva spesso, Alessia. Era una donna forte, decisa, abituata a gestire situazioni difficili nel suo lavoro. Animali sofferenti, proprietari disperati, decisioni dolorose. L'avevo vista affrontare tutto con una professionalità e un'umanità che mi lasciavano sempre senza parole. Ma ora stava piangendo. E non riusciva a smettere.

Tra i singhiozzi, mi ha raccontato tutto. L'ennesima sfuriata di Augusto.

Era uscita per una passeggiata. Una semplice, normale passeggiata. Niente di speciale. Solo un giro intorno all'isolato, forse fino al parco. E poi l'aveva visto. Un altro cane. Dall'altra parte della strada.

Un cane che abbaiava. E Augusto era esploso.

Come sempre. Come mille volte prima. Come avrebbe fatto mille volte ancora se nulla fosse cambiato.

Si era lanciato. Con tutta la sua forza. Con tutta la sua rabbia.

E Alessia, che pesava forse la metà di lui, che non si aspettava quella violenza improvvisa, non aveva potuto fare nulla.

Era caduta. Caduta a terra. Il cemento del marciapiede che le aveva strappato la pelle dalle ginocchia.

Ma Augusto non si era fermato. Aveva continuato a tirare. A trascinare. Come un carro armato che non conosce ostacoli.

L'aveva trascinata per più di cinque metri. Cinque metri di cemento. Di dolore. Di umiliazione.

Cinque metri in cui Alessia aveva cercato disperatamente di rialzarsi, di fermare quel cane, di riprendere il controllo.

Ma non c'era controllo da riprendere. Perché il controllo non c'era mai stato.

"Mi dispiace," continuava a ripetere tra le lacrime. "Mi dispiace, so che lo ami. So che non è colpa sua. Ma io... io non ce la faccio più." Non era arrabbiata con Augusto. Non era arrabbiata con me.

Era solo... esausta. Esausta di combattere una battaglia che sembrava non avere fine. Esausta di vivere nell'ansia ogni volta che usciva con lui. Esausta di sentirsi inadeguata, di sentirsi in colpa per non riuscire a gestire un cane che avrebbe voluto solo amare. "Lo so," ho risposto, e la mia voce suonava vuota anche alle mie orecchie. "Lo so."

Cosa potevo dire? Che mi dispiace? Che avrei fatto meglio? Che le cose sarebbero cambiate?

Avevo già detto tutte quelle cose. A lei. A me stesso.

E niente era cambiato. Quando ho riattaccato, sono rimasto lì sulla scala per non so quanto tempo.

La vernice si stava seccando sul pennello. Il bagno era a metà. Il cliente probabilmente si stava chiedendo dove fossi finito.

Ma non me ne importava nulla. Nella mia testa giravano pensieri che non riuscivo a fermare.

Le ginocchia di Alessia. Il sangue. Le lacrime nella sua voce.

E una domanda. Una domanda che mi martellava il cervello con una insistenza che non potevo più ignorare.

Fino a quando? Fino a quando avrei continuato così?

Fino a quando avrei lasciato che Augusto distruggesse non solo le mie giornate, la mia serenità, la mia capacità di vivere una vita normale, ma anche le persone che amavo? Fino a quando avrei continuato a dirmi "non è colpa sua", "è solo reattivo", "imparerà", mentre il problema non faceva altro che peggiorare? E poi, come un fulmine, un pensiero.

Un pensiero che mi ha attraversato con una chiarezza cristallina.

È ARRIVATO IL MOMENTO DI AFFRONTARE LA SITUAZIONE E FARSI AIUTARE.

Non "forse dovrei". Non "prima o poi". È. Arrivato. Il. Momento.

Quella sera, quando sono tornato a casa, Augusto mi ha accolto come sempre.

Scodinzolando. Felice. Ignaro. Ignaro del dolore che aveva causato. Ignaro della rabbia, della frustrazione, della disperazione che si portava dietro come un'ombra. L'ho guardato. I suoi occhi scuri con le macchioline marroni. Il suo muso nero. Quel corpo possente che nascondeva una fragilità che solo ora stavo iniziando a comprendere.

Non era cattivo. Non era un mostro. Era solo... perduto.

Perduto in un mondo che non capiva. In emozioni che non sapeva gestire. In paure che aveva imparato a trasformare in aggressività perché nessuno gli aveva insegnato un modo diverso.

E io... io ero perduto con lui. Ma quella sera, guardando le ginocchia fasciate di Alessia, sentendo ancora l'eco delle sue lacrime nella mia testa, ho preso una decisione. Non saremmo rimasti perduti per sempre. Avrei trovato qualcuno che ci aiutasse. Qualcuno che capisse. Qualcuno che mi insegnasse quello che io, nella mia ignoranza, non sapevo.

Perché Augusto meritava di più. Alessia meritava di più. E anch'io, forse, meritavo di più.

Il giorno dopo ho iniziato a cercare. Educatori cinofili. Comportamentalisti. Addestratori.

Nomi che fino a quel momento avevano significato poco o nulla per me, ma che ora rappresentavano l'unica speranza.

Non sapevo cosa aspettarmi. Non sapevo se avremmo trovato una soluzione. Ma per la prima volta in quasi tre anni, stavo facendo qualcosa. Stavo agendo.

E anche se non sapevo dove quella strada mi avrebbe portato, sapevo una cosa con assoluta certezza:

Non potevamo più continuare così. Il fondo l'avevo toccato.

Ora potevo solo risalire.

CAPITOLO 9 - Il primo fallimento (o forse no)

Da quel momento ho iniziato a passare ogni momento che avevo libero alla ricerca di una figura che mi potesse aiutare.

Ogni sera, dopo il lavoro, invece di guardare la tv o rilassarmi, stavo al computer. Cercavo. Leggevo. Prendevo appunti.

"Educatore cinofilo Mantova" "Comportamentalista cani aggressivi" "Aiuto cane reattivo"

Parole che fino a poche settimane prima non facevano parte del mio vocabolario, e che ora erano diventate la mia ossessione. Avevo trovato un nome. Una figura professionale. Una ragazza su internet che sembrava promettente. Il sito web era professionale, le recensioni buone. Diceva le cose giuste: "Nessun cane è irrecuperabile", "Metodi gentili ed efficaci", "Esperienza con cani difficili". Sembrava perfetta. Ho voluto provare.

Ho preso in mano il telefono con le mani che mi tremavano leggermente. Non so perché ero così nervoso. Forse perché stavo per ammettere a uno sconosciuto quello che fino a quel momento avevo cercato di nascondere al mondo: che non ero capace di gestire il mio cane. Ho composto il numero che avevo trovato su internet. Ha risposto una voce giovane e carina.

"Pronto, sono Laura. Come posso aiutarla?" Le ho spiegato la situazione. Ho cercato di essere breve, professionale, di non sembrare troppo disperato anche se lo ero. "Ho un cane che non riesco a gestire," ho detto, e già solo pronunciare quelle parole mi faceva sentire un fallimento. "Va in aggressività. Con altri cani, con persone, con tutto quello che si muove."

Le ho raccontato qualche episodio. L'episodio del laghetto. Quello di Alessia. Le passeggiate impossibili.

E mentre parlavo, ho sentito il suo tono di voce cambiare. All'inizio era stato sicuro, professionale, quasi allegro. Ma man mano che raccontavo, la sua voce diventava diversa. Più esitante. Meno sicura. Un piccolo campanello d'allarme ha suonato nella mia testa, ma l'ho ignorato. Avevo bisogno di aiuto. Avevo bisogno di credere che questa persona potesse darmelo.

"Va bene," ha detto alla fine. "Fissiamo un appuntamento. Venga con Augusto, così posso vedere di persona."

Abbiamo fissato la data. Il giorno. L'ora. Quando ho riattaccato, il cuore mi batteva forte. Ce l'avevo fatta. Avevo fatto il primo passo. Ora sarebbe cambiato tutto. Il giorno dell'appuntamento ero carico di aspettative.

Un'elettricità mi correva addosso. Una speranza che non provavo da anni. La sensazione che finalmente, finalmente, le cose sarebbero cambiate. Un giorno di rinascita. Quella sensazione è durata molto poco, a dire il vero.

Arrivati a destinazione - così mi diceva il navigatore dopo venti minuti di strade di campagna - mi sono trovato in una corte rurale. Una di quelle case vecchie, circondate da campi, con un fienile sul retro e galline che razzolavano nell'aia.

C'era una ragazza che ci aspettava vicino al fienile. Giovane, sorridente. Laura. Sono sceso dalla macchina.

"Buongiorno!" ha detto con un sorriso. "Buongiorno," ho risposto, cercando di sembrare più tranquillo di quanto fossi.

Come di buona norma, ho fatto scendere Augusto. E lì è iniziato il problema.

Augusto, in quel momento, dato che era in un posto nuovo, era a mille. Voleva conoscere tutto. Odorare tutto. Esplorare ogni centimetro di quella corte. Tirava. Tirava con quella forza che conoscevo così bene. Il guinzaglio teso come una corda di violino. E io ero come una zavorra che lo seguiva. Cercavo di trattenerlo, di calmarlo, di dargli dei comandi che sapevo benissimo non avrebbe ascoltato. Mi stavo innervosendo. Innervosendo molto. Potevo sentire Laura che mi guardava. Che osservava. Che valutava. E io mi sentivo già giudicato. Poi ha detto qualcosa che mi ha fatto gelare il sangue.

"Aspetti, vado a prendere il mio cane. Voglio vedere come reagisce Augusto."

Ho pensato: Ecco ci siamo. Un'altra figura di MERDA. Portare un altro cane. Davanti ad Augusto. Nel nostro primo incontro. Quando era già sovraeccitato. Cosa poteva andare storto? Laura è uscita dal fienile con il suo cagnolino.

Un cane piccolo. Non ricordo nemmeno la razza. E alla vista di Augusto, quel cagnolino si è messo ad abbaiare.

Ho pensato: Andiamo bene. Anche lui non è uno stinco di santo.

In pochi secondi quella corte di campagna, che fino a un momento prima sembrava così tranquilla, era diventata un inferno.

I cani abbaiavano. Entrambi. Un concerto di rabbia, paura, eccitazione.

Augusto si lanciava. Io lo trattenevo con tutte le mie forze. Le braccia che bruciavano. I piedi che scivolavano sulla ghiaia.

Laura faceva lo stesso con il suo cane, che continuava ad abbaiare come un pazzo.

E io ero lì, come un ebete, a tenere con tutte le mie forze il mio cane mentre pensavo: Ma questa sarebbe la soluzione? Questa è la professionista che dovrebbe aiutarmi? Non ho un bel ricordo di quell'incontro.

È tutto confuso. Un miscuglio di abbai, di sudore, di frustrazione. Ricordo solo una cosa con chiarezza cristallina.

Le parole che Laura mi ha detto alla fine. Parole che probabilmente ha detto per pararsi il culo. Per giustificare il fatto che anche lei, la "professionista", non sapeva come gestire la situazione. "L'istinto del cane non si può cambiare," ha detto, con un tono che voleva sembrare saggio ma che a me è suonato solo come una scusa. "Bisogna accettarli per come sono. E gestirli in funzione di come sono." Accettarli per come sono. Gestirli in funzione di come sono. Ho annuito. Ho sorriso. Ho detto "sì, capisco". Ma dentro di me urlavo. NO. NON MI SEMBRA UNA RISPOSTA SENSATA.

Non volevo "accettare" che il mio cane fosse così. Non volevo "gestirlo" evitando il mondo per sempre.

Volevo che cambiasse. Volevo che Augusto potesse vivere una vita normale. Volevo che io potessi vivere una vita normale.

E quella donna mi stava dicendo che non era possibile. Che dovevo solo... accettarlo.

Finito l'incontro, sono tornato a casa da Alessia.

Lei era lì, sul divano, con le ginocchia ancora fasciate.

"Allora?" ha chiesto, con quella speranza negli occhi che mi ha spezzato il cuore. "Com'è andata?"

Le ho raccontato tutto. Con incredulità. Con dispiacere. "Mi ha detto che l'istinto non si può cambiare," ho concluso. "Che dobbiamo solo accettarlo." Alessia è rimasta in silenzio per un momento. Poi ha detto qualcosa che non dimenticherò mai.

"Non ci credo." "Cosa?" ho chiesto. "Non ci credo," ha ripetuto, con più forza. "Non credo che non si possa fare nulla. Non credo che Augusto debba rimanere così per sempre. E non credo che quella persona fosse la risposta giusta."

Mi ha guardato negli occhi. "Cerca qualcun altro. Non mollare." E così ho fatto.

Quella sera stessa ero di nuovo al computer. A cercare. A leggere. A sperare. Perché Alessia aveva ragione. Non potevo accettare che quella fosse la risposta. Non volevo crederci. E da qualche parte, là fuori, doveva esserci qualcuno che poteva aiutarci davvero. Qualcuno che non mi dicesse di "accettare". Ma che mi insegnasse a cambiare. A crescere. A diventare la persona che Augusto meritava. Dovevo solo trovarlo.

CAPITOLO 10 - La ricerca continua

Nel mentre Alessia si informava con la sua collega veterinaria, io non sono rimasto fermo. Non potevo.

Ogni giorno che passava era un giorno in cui Augusto rimaneva prigioniero dei suoi problemi. E io con lui.

Mi sono messo alla ricerca di altri professionisti. Cercando e ricercando, sono finito sul sito di una struttura a Brescia dove gestivano cani problematici. Il sito sembrava professionale. Serio. Mostrava foto di cani in addestramento, testimonianze di proprietari soddisfatti, descrizioni dettagliate dei loro metodi. E poi ho visto qualcosa che mi ha fatto fermare.

Stavano per far partire un corso. Un corso per la gestione di cani difficili. Ho guardato la data di inizio. Ho guardato il programma. Ho guardato il prezzo. E poi mi è balenata un'idea nella testa. Mi sono confrontato con Alessia quella sera stessa. "Senti," le ho detto, mentre eravamo seduti sul divano con Augusto sdraiato ai nostri piedi - tranquillo come sempre in casa, come se fosse un cane normale. "Ho trovato questa struttura a Brescia. Fanno un corso per la gestione di cani difficili." "Un corso?" ha chiesto lei, incuriosita. "Sì. Ma non è solo per portare Augusto a fare qualche lezione. È un vero e proprio corso. Per diventare educatore cinofilo." Alessia mi ha guardato con un'espressione che non sapevo decifrare.

"Educatore cinofilo? Tu?" "Pensaci," ho continuato, le parole che uscivano sempre più veloci mentre l'idea prendeva forma. "È inverno. Il lavoro nell'edilizia rallenta notevolmente in questo periodo. Ho tempo. E invece di fare solo delle semplici lezioni con Augusto, perché non fare un corso completo?" Ho fatto una pausa, cercando di organizzare i pensieri.

"Potrebbe servire a me per capire davvero cosa sta succedendo con Augusto. Per imparare a gestirlo. Ma potrebbe servire anche a te! Nel tuo lavoro, a volte ti capitano cani di difficile gestione in ambulatorio, no? Potrei darti un supporto. Potremmo lavorare insieme." Alessia è rimasta in silenzio per qualche secondo. Poi ha sorriso. "Sai che non è una cattiva idea?" Abbiamo chiamato la struttura il giorno dopo.

Abbiamo spiegato la nostra situazione. Abbiamo fissato un incontro conoscitivo. Questa volta all'incontro è venuta anche Alessia con me e Augusto. Volevo che ci fosse. Che vedesse. Che facesse parte di questo percorso. Perché non era solo il mio percorso. Non più. Era il nostro. Ricordo che era un sabato pomeriggio. Avevamo fatto la strada fino a Brescia con Augusto sul sedile posteriore, tranquillo come sempre in macchina. Era uno dei pochi posti dove era sereno. Chiuso in uno spazio ristretto, senza stimoli esterni, senza minacce. Arrivati davanti alla struttura, ho cercato di calmare i nervi.

Era il nostro secondo tentativo. Dopo il fallimento con Laura, avevo paura. Paura di illudermi di nuovo. Paura di trovarmi davanti a un altro "professionista" che non sapeva cosa fare. La struttura si trovava in centro a Brescia, in un quartiere residenziale. Molto cemento. Case e condomini che ci circondavano. Qualche zona verde sparsa qua e là, ma niente di paragonabile alla corte di campagna di Laura. Eravamo davanti al cancello d'entrata quando abbiamo cercato di parlare con il responsabile. Dopo poco ci ha ricevuti proprio lì, sul cancello. L'addestratore - o educatore, non sapevo bene come definirlo - si è presentato. Era un uomo sulla cinquantina, forse. Alto, con una presenza fisica importante. Il tipo di persona che quando entra in una stanza, la stanza lo nota. "Raccontatemi di Augusto," ha detto, senza troppi preamboli.

Augusto era lì con noi, al guinzaglio, mentre io raccontavo per l'ennesima volta tutto il nostro trascorso.

Le passeggiate impossibili. L'aggressività. Il laghetto. Alessia trascinata per terra. E mentre parlavo, l'uomo non mi guardava. Guardava Augusto. Studiava tutte le sue movenze. Ogni minimo segnale del corpo. Le orecchie. La postura. Lo sguardo.

Era diverso da Laura. Più attento. Più concentrato. Dopo qualche minuto, ha detto qualcosa che mi ha fatto gelare il sangue. "Ora vado a prendere uno dei miei cani." Il mio sangue - e penso anche quello di Alessia - in una frazione di secondi si è gelato. Ecco ci siamo. Sono tutti uguali. Tutti mi vogliono far fare una figura di merda.

Ma sono tutti stronzi gli educatori? ho pensato, la rabbia che iniziava a montare. In pochi secondi si è presentato l'uomo con un pastore tedesco. Un cane magnifico. Molto ben equilibrato. Si vedeva dalla postura, dal modo in cui camminava, dal modo in cui guardava il mondo con occhi tranquilli e sicuri. Si è avvicinato molto a noi. E Augusto... Augusto non ha avuto il tempo di esplodere. L'uomo lo aveva gestito in modo diverso. Più veloce. Più deciso.

Ma io, da totale ignorante, vista la scena che il mio cane era rimasto quasi tranquillo, ho pensato che fosse un buon segno.

Ho concesso un po' di guinzaglio. In modo che Augusto andasse dal pastore tedesco. Magari si annusano. Magari va tutto bene. Come sono arrivati a contatto e l'altro cane ha provato ad annusare Augusto, è esploso l'inferno sulla terra.

I guinzagli si sono incrociati e avvolti. Si sentivano ringhi e abbai. E si è sentito un cane scainare.

Penso che sia stato Augusto. In quel momento l'uomo ha preso in mano la situazione.

Ha separato i cani con movimenti rapidi, decisi, professionali. Una volta separati, si è rivolto a me. E mi si è avventato contro.

"Non dovevi lasciare che il cane si avvicinasse!" ha detto, la voce alta, quasi rabbiosa. "Cosa ti è saltato in mente?"

La rabbia che avevo provato un attimo prima - quella rabbia verso gli "educatori stronzi" - è esplosa.

"Ma cosa ne sapevo io?" ho risposto, in maniera seccata. "Se un professionista non mi avvisa di come devo fare, come faccio io a saperlo? Non sono un esperto! Per questo sono qui!" L'uomo mi ha guardato per un momento. Poi ha annuito, come se avesse capito qualcosa. "Va bene," ha detto, più calmo. "Facciamo una cosa. Facciamo due passi. Loro sul marciapiede opposto, e voi con Augusto su questo." E così abbiamo fatto.

Abbiamo camminato per circa venti minuti. Loro dall'altra parte della strada, noi dalla nostra. E devo dire che è stata una bella passeggiata. Augusto non tirava più di tanto. Non guardava minimamente l'altro cane che pochi minuti prima aveva cercato di azzuffarsi con lui. Camminava. Quasi sereno. Ho intravisto una luce in quel pomeriggio. Una piccola, flebile luce.

Forse si può fare qualcosa. Forse non tutto è perduto. Ma qualcosa non mi era piaciuto.

Il modo in cui l'uomo aveva gestito il mio non sapere. Il modo in cui mi si era avventato contro quando avevo fatto qualcosa che non andava bene. Qualcosa che io non sapevo affatto che non avrei dovuto fare. Solo perché nessuno me lo aveva detto. Tornando a casa, Alessia ed io abbiamo parlato. "Cosa ne pensi?" le ho chiesto. "Non lo so," ha risposto, guardando fuori dal finestrino. "Ha funzionato, la passeggiata. Ma..." "Ma?" "Ma non mi è piaciuto come ti ha trattato. Come se fosse colpa tua non sapere." Esattamente quello che pensavo io. "Che facciamo?" ho chiesto. Alessia ha sospirato.

"La mia collega mi dovrebbe rispondere a breve. Vediamo cosa mi dice. E poi decidiamo."

CAPITOLO 11 - Il nome che ha cambiato tutto

Il giorno dopo che io e Alessia siamo andati a Brescia, è arrivato un messaggio. Da Debora, la collega di Alessia. Quella con cui si era informata. Alessia stava guardando il telefono quando ha fatto un piccolo verso di sorpresa. "Cosa c'è?" ho chiesto.

"Debora mi ha risposto. Mi ha mandato un nome." "Un nome?" Ha annuito, leggendo il messaggio ad alta voce.

"Ciao Ale, ho pensato molto alla vostra situazione con Augusto. Secondo me sarebbe molto opportuno mettervi nelle mani del grande maestro Luca Rossi. È la persona da cui mi sono formata io quando ho fatto il percorso come educatrice cinofila. Se c'è qualcuno che può aiutarvi, è lui." Alessia ha alzato lo sguardo verso di me. "Luca Rossi," ha ripetuto.

Io e Alessia, ignoranti in materia come eravamo, ci siamo guardati.

Quel nome non ci diceva nulla. "Chi è Luca Rossi?" ho chiesto. Alessia ha scrollato le spalle. "Non ne ho idea."

Abbiamo preso il computer. Ho scritto quel nome sul motore di ricerca. E ci è venuto fuori il mondo. Video. Tantissimi video. Siti internet. Pagine social. Eventi. Conferenze. Libri. Il nome Luca Rossi era ovunque. Ci siamo guardati, stupiti.

"Ma chi è questo?" ha mormorato Alessia. Abbiamo iniziato a leggere.

Luca Rossi, noto nel panorama della cinofilia italiana, è riconosciuto come uno dei primi Istruttori Cinofili riconosciuti dall'Ente Nazionale della Cinofilia Italiana dal 2005. È considerato uno dei pionieri del metodo gentile nell'addestramento dei cani in Italia. Negli anni '80 è stato uno dei primi soci dell'UCIS - Unità Cinofile Italiane da Soccorso.

La lista continuava. E continuava. E continuava. Campionati italiani. Campionati mondiali. Cani da soccorso. Cani da assistenza per diversamente abili. Testimonial per marchi internazionali. Consulente per la RAI, per Mediaset, per Sky.

Autore di libri. "Al Cuore del Cane". "I Segreti del Cane". "Clicker Training: Il Cane Pensa!". "L'Amabile Canaglia del tuo Cane". E l'ultimo, appena pubblicato: "I Comportamenti Problematici dei Cani".

Una pubblicazione dedicata alla comprensione, prevenzione e trattamento di vizi di comportamento, comportamenti problematici e psicopatologie del cane. Ho guardato Alessia.

"Comportamenti problematici," ho detto. "È esattamente quello di cui abbiamo bisogno."

Abbiamo continuato a leggere. Seminari all'Università di Pisa, facoltà di Veterinaria. Seminari all'Università di Parma. Docente formatore per l'Aeronautica Militare Italiana. Direttore tecnico del Centro Studi del Cane Italia.

Consulente per trasmissioni televisive. "Vuoi Scommettere?", "Super Brain", "I Soliti Ignoti", "Striscia la Notizia".

Aveva persino condotto una trasmissione televisiva sua, "Buddy il Mio Miglior Amico", su Italia Uno.

"Ma questo è..." ho iniziato, cercando le parole.

"Un gigante," ha completato Alessia. "Nel mondo della cinofilia, questo è un gigante."

Abbiamo passato ore a guardare video.

Video di Luca Rossi che lavorava con cani. Cani di ogni razza, di ogni dimensione, con ogni tipo di problema.

Cani aggressivi che diventavano tranquilli. Cani paurosi che trovavano fiducia. Cani iperattivi che imparavano il controllo.

E in ogni video, c'era lui. Un uomo che parlava con calma. Con pazienza. Senza urlare, senza strattonare, senza quella rabbia che avevo visto nell'addestratore di Brescia. Parlava ai proprietari con rispetto. Spiegava. Insegnava.

Non faceva sentire le persone stupide per non sapere. Le aiutava a capire.

Metodo gentile, continuavano a ripetere le descrizioni. Condizionamento operante. Gratificazioni positive.

Parole che non capivo completamente, ma che suonavano... giuste. "Dobbiamo contattarlo," ha detto Alessia dopo ore di ricerca. "Pensi che ci riceverà?" ho chiesto, improvvisamente insicuro. "Voglio dire, guarda tutto quello che ha fatto. Tutto quello che fa. Perché dovrebbe perdere tempo con noi?" Alessia mi ha guardato con quell'espressione determinata che le conoscevo così bene. "Perché è quello che fa. Aiuta le persone e i loro cani. È per questo che fa tutto questo."

Ha preso il telefono. "Debora dice che è la persona giusta. E guardando tutto questo," ha indicato lo schermo del computer pieno di informazioni su Luca Rossi, "io le credo." Quella sera abbiamo trovato il contatto del Centro Studi del Cane Italia.

Un numero di telefono. Un indirizzo email. Ho fissato quel numero per qualche minuto. Avevo paura.

Paura di sperare ancora. Paura di illudermi ancora. Paura che anche questo, come Laura e come l'uomo di Brescia, non fosse la risposta giusta. Ma poi ho pensato ad Augusto. Sdraiato sul suo cuscino, tranquillo, ignaro del fatto che stavamo cercando di salvarlo. Di salvare noi. Ho pensato ad Alessia. Alle sue ginocchia ancora segnate. Alla sua pazienza infinita.

Ho pensato a me. A quasi tre anni di frustrazione, vergogna, isolamento. E ho preso il telefono. Ho composto il numero.

E mentre aspettavo che qualcuno rispondesse, ho chiuso gli occhi e ho fatto qualcosa che non facevo da molto tempo.

Ho pregato. Non so nemmeno in cosa credo. Ma in quel momento ho pregato. Per favore. Per favore, fate che questa sia la volta giusta. Per favore, fate che questa persona possa aiutarci. Per favore.

CAPITOLO 12 - La chiamata che ha cambiato tutto

Il telefono squillava. Una volta. Due volte. Tre volte. Il cuore mi batteva così forte che pensavo Alessia potesse sentirlo dall'altra parte della stanza. Poi, ad un certo punto, una voce. "PRONTO! PRONTO! Sono Monica, segretaria del Centro Studi del Cane Italia." Una voce molto sicura di sé. Con quell'accento emiliano caldo, musicale, che però ti fa sentire subito come a casa. "Buonasera," ho detto, e la mia voce tremava leggermente. "Mi chiamo Nicola. Io... avrei bisogno di informazioni." "Certo, dimmi pure," ha risposto Monica, con un tono così amichevole che mi sono sentito immediatamente più a mio agio. E così ho iniziato a parlare. Le ho spiegato tutto. O almeno, ho cercato.

Augusto. I problemi. L'aggressività. L'isolamento. I tre anni di lotta. Laura. L'addestratore di Brescia. La disperazione.

E poi le ho detto quello che avevo deciso. "Vorrei conseguire un corso per istruttori," ho spiegato. "Non per cambiare lavoro, per carità. Faccio l'imbianchino. Sono un artigiano. E amo il mio lavoro." Ho fatto una pausa.

"Ma vorrei... vorrei una cultura personale. Vorrei capire. Vorrei risolvere i problemi con il mio cane. E pensavo che se facessi un corso completo, invece di solo qualche lezione, forse potrei davvero imparare qualcosa di utile."

Monica mi ha ascoltato. Senza interrompermi. Senza giudicarmi. Sono rimasto al telefono con lei per circa quindici minuti.

Le ho raccontato episodi. Le ho raccontato la mia frustrazione. Le ho raccontato di Alessia, delle sue ginocchia sbucciate, della sua pazienza infinita. E Monica ascoltava. E ogni tanto faceva una domanda. E mi faceva sentire... capito.

"Va bene, Nicola," ha detto alla fine, con quella voce calda che ormai mi aveva conquistato. "Ti mando tutto il programma del corso con tutte le informazioni. Guarda con calma, parlane con la tua compagna, e se hai domande chiamami pure. Siamo qui per questo." Il giorno dopo è arrivata l'email. L'ho aperta con le mani che tremavano leggermente.

E lì c'era tutto. Il programma del corso. Dettagliato. Preciso. Professionale.

Il corso era strutturato in modo particolare. Non erano settimane consecutive, ma incontri intensivi distribuiti nel tempo.

Due incontri da cinque giorni, dal lunedì al venerdì. E poi un terzo incontro di tre giorni, più un fine settimana per la prova d'esame. La mattina si sarebbe fatta teoria. Psicologia canina. Comportamento. Etologia. Metodi di addestramento. Condizionamento operante. Al pomeriggio, pratica. Si sarebbe lavorato con il cane. Con i cani degli altri partecipanti. Con i cani del centro. Ho continuato a leggere. All'epoca i corsi venivano fatti in un hotel vicino a Salsomaggiore Terme.

Un hotel molto bello, precisava l'email. Con foto allegate che mostravano sale conferenze ampie, camere confortevoli, spazi verdi intorno. Anni prima, l'Inter ci veniva a fare i ritiri prima dell'inizio del campionato, aveva scritto Monica nel messaggio.

Come se questo dovesse impressionarmi, ho pensato sorridendo. E invece, in qualche modo, lo faceva. Dava un senso di... serietà. Di professionalità. Poi, al pomeriggio, si sarebbe andati a Fidenza.

Di fronte al Conad, c'era un campo da calcio della chiesa che il Centro Studi del Cane usava per le attività dei corsi e delle lezioni. Lì si sarebbe lavorato con i cani. All'aperto. In un ambiente controllato ma reale.

Ho chiamato Alessia. "Leggi," le ho detto, passandole il computer. Lei ha letto in silenzio. I suoi occhi che scorrevano sulle righe, assorbendo ogni dettaglio. Quando ha finito, mi ha guardato.

"È... è molto impegnativo," ha detto. "Cinque giorni, poi altri cinque, poi ancora tre più un weekend." "Lo so." "E costa..." ha guardato di nuovo lo schermo, "costa parecchio." "Lo so." "Ma è inverno. Hai detto che il lavoro rallenta." "Sì."

Siamo rimasti in silenzio per qualche secondo. Poi Alessia ha sorriso. "Facciamolo," ha detto. "Iscriviti. Vediamo cosa succede." Ho preso il telefono e ho richiamato Monica. "Pronto, Monica? Sono Nicola. Quello di prima, con il cane problematico." "Ciao Nicola!" La sua voce era sorridente. "Allora? Cosa hai deciso?" "Voglio iscrivermi," ho detto. "Al prossimo corso disponibile." "Perfetto!" ha esclamato. "Il prossimo corso parte tra tre settimane. Ti va bene?"

Tre settimane. Tra tre settimane avrei iniziato un percorso che non sapevo dove mi avrebbe portato. Tra tre settimane avrei incontrato Luca Rossi. Tra tre settimane, forse, sarebbe iniziato il cambiamento. "Sì," ho detto. "Mi va benissimo."

Quelle tre settimane sono state le più lunghe della mia vita. Ogni giorno che passava era un giorno di attesa. Di speranza. Di paura. Continuavo a guardare video di Luca Rossi. A leggere i suoi libri. A cercare di prepararmi. Ma in fondo sapevo che non potevo davvero prepararmi. Non sapevo cosa aspettarmi. Non sapevo se sarebbe stata la volta giusta.

Non sapevo se avrei avuto le capacità per seguire un corso così impegnativo.

Sono solo un imbianchino, mi dicevo. Cosa ci faccio io in un corso per istruttori cinofili? Ma poi guardavo Augusto. E guardavo Alessia. E sapevo che dovevo provarci. Dovevo almeno provarci.

CAPITOLO 13 - I dubbi prima della tempesta

Sabato 14 gennaio 2017.

Fra due giorni avrebbe iniziato il corso per istruttori. Due giorni. Quarantotto ore. E io stavo impazzendo.

Ero seduto sul divano, con Augusto sdraiato ai miei piedi come sempre. Tranquillo. Ignaro del terremoto che mi stava devastando la testa. I dubbi. Le paure. Le domande senza risposta.

Non sapevo cosa mi aspettasse. Non sapevo se sarei stato all'altezza. Non sapevo se avrei retto.

E più pensavo, più il morale scivolava sempre più in basso.

Come un sasso che rotola giù da una collina, prendendo sempre più velocità, sempre più forza, finché non si schianta a valle.

Il primo problema era pratico. Dove terrò Augusto nelle mattine mentre faremo teoria? La domanda mi martellava il cervello.

Non potevo portarlo in aula con me. Sarebbe stato ingestibile. Lo sapevo. L'avevo visto come reagiva in luoghi nuovi, con persone nuove, con stimoli nuovi. Avrebbe abbaiato. Si sarebbe agitato. Avrebbe distrutto la concentrazione di tutti.

E io mi sarei sentito ancora più un fallimento. Non posso nemmeno gestire il mio cane in una stanza chiusa, avrebbero pensato gli altri. E questo vorrebbe diventare istruttore cinofilo? Ma poi c'era il secondo problema. Quello ancora peggiore.

Io. Io che nella mia vita non avevo mai studiato. Non davvero. Io che non leggevo. Che avevo un ripudio per la lettura fin da piccolo. Ricordavo ancora le punizioni. I libri aperti davanti a me che mi fissavano come nemici. Le parole che sembravano scivolare via dalla mia mente senza lasciare traccia. Leggi! mi dicevano. I genitori. Gli insegnanti.

Ma io non leggevo. Piuttosto di leggere, mi facevo mettere in punizione. E qualche volta ho preso pure qualche sberla.

Ma nulla. Io non leggevo. Non studiavo. E ora mi stavo iscrivendo a un corso che prevedeva teoria. Studio. Letture. Esami.

Ma cosa diavolo mi è saltato in mente? Eccomi con un altro problema da gestire.

Come se Augusto non bastasse. Come se non avessi già abbastanza sulla testa.

Ora dovevo anche affrontare i miei demoni personali. Le mie inadeguatezze. I miei fallimenti scolastici che mi portavo dietro da una vita. La mia testa esplodeva.

Pensieri che si accavallavano. Dubbi che si moltiplicavano. Paure che crescevano come erbacce. Non ce la farò.

Sono un idiota ad aver pensato di poter fare questo.Dovrei chiamare Monica e dire che ho cambiato idea. Che mi dispiace.

Che ho sbagliato a pensare di essere capace. Quella notte non ho dormito per nulla. Neanche un minuto.

Sono rimasto sveglio, guardando il soffitto, con Augusto che russava tranquillo accanto al letto.

E la mia mente che girava. E girava. E girava. Come una giostra impazzita che non riesce a fermarsi.

La mattina dopo - la domenica - Alessia ha notato subito che ero molto preoccupato.

Non serviva essere un genio per capirlo. Avevo le occhiaie fino al mento. Gli occhi rossi. L'espressione di chi non ha chiuso occhio. "Nicola," ha detto, con quella voce dolce ma ferma che usava quando sapeva che dovevamo parlare. "Cosa c'è che non va?" Le ho raccontato tutto. I dubbi. Le paure. Il problema di dove lasciare Augusto. Il problema del mio non saper studiare. "Non ce la farò," ho concluso, la voce rotta dalla stanchezza e dalla frustrazione. "Ho sbagliato. Dovrei chiamare e dire che non vengo." Alessia è rimasta in silenzio per qualche secondo. Poi ha fatto quello che fa sempre. Ha cercato una soluzione. Abbiamo parlato durante tutta la giornata.

Abbiamo ragionato. Abbiamo valutato le opzioni. Abbiamo cercato di trovare un modo per farmi stare tranquillo.

E alla fine, abbiamo pensato a un piano. Un piano che, lo sapevo, non sarebbe piaciuto a nessuno.

Ma era l'unico modo per non farmi crollare prima ancora di iniziare. "Vai al corso senza Augusto," ha detto Alessia. "Almeno i primi giorni. Così ti concentri sulla teoria. Capisci come funziona. Ti ambienti. E poi, quando ti senti più sicuro, lo porti."

L'ho guardata. "Ma è un corso per istruttori cinofili," ho obiettato. "Come faccio a presentarmi senza il cane?"

"Gli spieghi la situazione. Gli dici che hai bisogno di tempo. Che devi prima capire, e poi applicare."

Aveva senso? Non lo so. Ma era l'unica cosa che poteva impedirmi di chiamare Monica e annullare tutto.

Ho preso in mano il telefono. Le mani mi tremavano mentre componevo il numero che ormai conoscevo a memoria.

"Pronto, Monica," ho detto quando ha risposto. "Sono Nicola." "Ciao Nicola! Tutto bene? Pronto per dopodomani?"

"Ecco... io..." ho preso un respiro profondo. "Volevo spiegarti una cosa. Volevo dirti cosa vorrei fare il giorno del corso."

Le ho raccontato tutto. Il fatto che volevo andare senza il cane, almeno all'inizio. Che non ero in grado di gestirlo. Che non ero abituato a studiare e che stavo andando in ansia e stress. Le parole mi uscivano veloci, quasi sovrapponendosi.

Monica è rimasta in silenzio per qualche secondo. Poi ha risposto.

Con voce incredula. Una voce che tradiva sorpresa, forse anche un pizzico di disapprovazione.

"Guarda, Nicola," ha detto, e c'era qualcosa nel suo tono che mi ha fatto male. "Fai quello che ti fa stare tranquillo. Vieni come vuoi. Ma... è un corso per istruttori cinofili. Di solito le persone portano i loro cani."

"Lo so, lo so," ho balbettato. "Ma io... io ho bisogno di tempo. Di capire prima."

"Va bene," ha detto, ma sentivo che non era convinta. "Come preferisci." Abbiamo riattaccato. E io sono rimasto lì, con il telefono in mano, sentendomi ancora una volta giudicato.

E ci stava. Aveva ragione a giudicarmi. Stavo per presentarmi a un corso per istruttori cinofili senza il mio cane.

Come un cuoco che va a un corso di cucina senza ingredienti. Come un musicista che va a una masterclass senza strumento.

Era assurdo. Ma non sapevo come altro fare. Non ce la facevo ad affrontare tutto insieme. Augusto. Lo studio. Le persone nuove. L'ambiente nuovo. Dovevo fare un passo alla volta. O sarei crollato prima ancora di iniziare.

Quella sera, mentre preparavo la valigia per l'hotel, Alessia mi è venuta accanto. "Hai fatto la cosa giusta," ha detto, anche se nella sua voce c'era un'ombra di dubbio. "Non lo so," ho risposto. "Non so più niente."

Mi ha abbracciato. "Vai. Vedi come va. E poi decidi. Non devi avere tutte le risposte adesso." Aveva ragione.

Non dovevo avere tutte le risposte. Dovevo solo avere il coraggio di presentarmi. E questo, almeno, potevo farlo.Anche senza Augusto. Anche con tutte le mie paure. Anche sentendomi inadeguato. Potevo presentarmi E vedere cosa sarebbe successo. Lunedì 16 gennaio 2017. Il giorno era arrivato.

CAPITOLO 14 - Il primo giorno

Gli occhi si aprono.E realizzo che è arrivato il momento. Non si può più tornare indietro.

Ore 5:45. Come al solito, gli occhi si aprono e le gambe ruotano verso destra, cercando di uscire dal caldo delle coperte. I piedi cercano la fine del letto, toccano terra. E da lì, proprio da lì, la giornata ha il suo start. Mi alzo. Mi vesto. Preparo le ultime cose da prendere.

Dovrò stare fuori casa per quattro notti. Quattro notti in un hotel che non conosco, con persone che non conosco, per fare qualcosa che non ho mai fatto.

Augusto è ancora sdraiato sul suo cuscino. Mi guarda con quegli occhi scuri che sembrano chiedermi dove sto andando. Mi dispiace, penso. Oggi non vieni con me.

E sento un peso sul petto. Come se lo stessi tradendo. Come se stessi sbagliando tutto ancora prima di iniziare.Nel mentre preparo la valigia, come un fulmine mi si accende una lampadina.

Ho visto che di fianco all'hotel c'è un piccolo stagno. Immerso negli alberi. Circondato da colline.

La pesca.La mia passione fin da pargolo, da quando con i miei genitori, alla domenica, andavamo a pescare. Mio padre era molto appassionato. Faceva delle gare di pesca. E io e mia madre lo seguivamo nella sua passione Ore e ore seduti in silenzio. L'acqua che scorreva. Il sole che filtrava tra i rami. La pace. Ecco, penso. Quando finiremo la lezione, potrò andare lì. Rilassarmi. Alleggerire la mente da tutti questi pensieri. E così, non so come né perché, quella mattina in macchina non c'era Augusto. Ma c'erano le canne da pesca.Immagino i pensieri di una persona razionale.

Quello vuole fare un corso per educatori cinofili per capire come gestire il suo cane. Poi non porta il cane. E porta le canne da pesca. Sembra una barzelletta. Un inizio così, chiunque avrebbe detto che ero totalmente fuori posto. E forse lo ero. Ma in quel momento, con le mani sul volante e le canne da pesca nel bagagliaio, era l'unico modo che conoscevo per non crollare.

Parto con il mio Volvo V70. Un macchinone comodo. Un salotto viaggiante. Imposto il navigatore.

E non so il perché, imposto Fidenza. Fidenza? penso. Ma dovevo andare a Salsomaggiore Terme, all’hotel. Ma ormai è partito. E io seguo le indicazioni senza pensare troppo.

Alle 9:15 dovevo essere a Salsomaggiore Terme. All'hotel. Si iniziava. Ma sto andando a Fidenza. Non so il perché. Lì giocava l'emozione. La paura. E ne capitavano di tutti i colori.

Arrivo a Fidenza. Il navigatore mi dice che sono arrivato a destinazione. Ma intorno a me non c'è nessun hotel. Solo strade. Un Conad. Campi. Ma cosa diavolo sto facendo? Guardo l'orologio. 8:45.

Guardo i fogli che mi aveva inviato Monica.E mi ricordo. L'hotel. Dovevo andare all’hotel. Cambio destinazione sul navigatore. Salsomaggiore Terme. L'indirizzo dell’hotel. E riparto. Il cuore che batte sempre più forte. La paura che mi attanaglia lo stomaco. Sono un idiota. Un totale idiota. E sto per arrivare in ritardo. Che figura di merda.

Alle 9:07 arrivo. Proprio giusto in tempo per non sentirmi un pirla per essere arrivato in ritardo.

Parcheggio. Scendo dalla macchina. Lascio le canne da pesca nel bagagliaio - almeno quello ho il buonsenso di non portarle dentro. L'hotel è bello. Elegante. Proprio come nelle foto. Entro. La reception è di legno scuro. Ci sono piante. Quadri alle pareti. Odore di pulito e di caffè fresco. Mi presento alla receptionist. "Buongiorno. Sono qui per il corso," dico, cercando di sembrare più sicuro di quanto mi senta. "Ah sì, il corso del Centro Studi del Cane," sorride. "Sono nella sala conferenze. Di là," e mi indica una direzione. “Grazie." Cammino lungo il corridoio.

I passi che risuonano sul pavimento lucido. Il cuore che batte così forte che mi sembra di sentirlo nelle orecchie. Arrivo a una porta. Semichiusa. Attraverso il vetro vedo un uomo con uno smanicato rosso. Seduto. Che legge. Guarda il pc. È lui? penso. È Luca Rossi? Busso. Nessuna risposta. Busso di nuovo, più forte. E poi entro. Quando apro la porta, mi trovo davanti dieci persone. Più Luca. Sono già lì. Tutti pronti. Seduti in semicerchio. Con i loro quaderni. Le loro penne. I loro sguardi che si girano verso di me. Cazzo. Sono in ritardo. Sono l'ultimo ad arrivare.

In quel corso eravamo in undici. Gente che veniva da un po' tutta Italia. Napoli. Bologna. Mantova. Milano. Bergamo. E tutti, tutti, hanno un cane con sé. Tutti tranne me. Mi guardo intorno cercando un posto. C'è una sedia libera proprio vicino alla porta d'entrata. Non c'è altro posto, veramente. Mi siedo. Mi tolgo il giubbotto. Tiro fuori un quaderno dalla borsa, anche se non so nemmeno perché l'ho portato visto che non ho mai scritto appunti in vita mia. E da lì, da quella sedia vicino alla porta come se fossi pronto a scappare al primo momento, guardo bene. Guardo le persone intorno a me. I loro cani. Alcuni seduti tranquilli ai piedi dei padroni. Altri che si guardano intorno curiosi ma controllati.

E poi guardo lui. Realizzo che davanti a me c'era Luca Rossi.

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CAPITOLO 15 - L'uomo con lo smanicato rosso

Mi trovavo proprio davanti a lui. Il guru della cinofilia. Luca Rossi.

L'uomo che avevo visto in decine di video. L'uomo di cui avevo letto la biografia lunga come un romanzo. L'uomo che aveva fatto tutto, visto tutto, insegnato a migliaia di persone. E ora era lì, a meno di tre metri da me. In carne e ossa. Era un uomo che poteva essere mio padre, per età. Sulla cinquantina. Forse cinquantaquattro anni, come avevo letto da qualche parte. La cosa che mi ha colpito, fin da subito, era la sua tranquillità. In quel momento, davanti a lui, c'erano undici sconosciuti. Undici persone di età diverse che andavano dai diciotto anni fino ad arrivare a un signore - uno che faceva parte della Protezione Civile - che avrà avuto più di sessant'anni. Undici estranei. Con storie diverse. Background diversi. Aspettative diverse. E lui era lì, seduto, con quella calma assoluta. Come se fosse la cosa più naturale del mondo. Come se lo facesse da sempre. E probabilmente era così. Luca era un po' robusto. Non grasso, ma solido. Il tipo di corporatura che ti fa capire che è una persona che lavora. Che usa il corpo, non solo la mente. Aveva una barbetta ben curata. Un po' brizzolata. Quel mix di nero e grigio che ti dà da intendere che ne ha passate tante. Un uomo con molta esperienza. Con un trascorso vissuto. Ma era un vissuto non sciupato. Non consumato dal lavoro. Si notava che era un gran lavoratore, sì. Ma era un lavoratore a cui piaceva - anzi, amava - il suo lavoro. E quell'amore per il suo lavoro faticoso non glielo aveva fatto pesare per nulla. Non so se mi spiego. Era come guardare qualcuno che ha fatto esattamente quello che doveva fare nella vita. E che non si è mai pentito. Nemmeno per un secondo. Nei suoi occhi c'era passione. Energia. Vita. Non stanchezza. Non rassegnazione. Non il cinismo di chi ha visto troppo. Solo... presenza. Allo scoccare delle 9:15, alzò la testa. E entrò in modalità ON. Come un conduttore televisivo che fino all'ultimo secondo prima di iniziare cerca di caricare e canalizzare tutta la sua energia, pronto a sprigionarla tutta nel modo giusto quando i riflettori si accendono. La trasformazione fu istantanea. Un secondo prima era un uomo tranquillo che guardava il suo pc. Un secondo dopo era Luca Rossi. L'insegnante. Il maestro. Iniziò a parlare. "Ciao a tutti, buongiorno," disse, con una voce calda, profonda. "Spero che il viaggio di alcuni di voi che sono venuti da lontano sia stato gradevole." Sorriso. Contatto visivo con ognuno di noi. "Io sono Luca. Se siete qui, penso che qualcosa sapete di me e del perché siete qui. Pausa. "Ma se posso, mi piacerebbe sapere un pochino di voi. Cosa fate di bello nella vita? E come mai siete seduti su quella sedia?” Ecco. Dopo queste parole, l'agitazione mescolata a un pochino di panico si è fatta sentire. Subito così, a freddo, avrei fatto capire a tutti che pirla ero. Tutti gli altri probabilmente avevano storie interessanti. Background rilevanti. Esperienze con i cani. E io? Io ero un imbianchino. Con un cane problematico. Senza nemmeno il coraggio di portare il cane al corso. Via il dente, via il dolore, mi sono detto. E ho cercato di essere positivo. Non so il perché, ma era il modo di fare di Luca che mi faceva sentire a mio agio. Nonostante tutto. Nonostante la paura. Nonostante l'inadeguatezza. C'era qualcosa in lui che ti diceva: Tranquillo. Sei al posto giusto. Qualunque cosa tu sia, va bene. Iniziarono proprio dalla parte opposta a me. E io sarei stato l’ultimo. Uno dopo l'altro, i miei compagni di corso si presentarono. C'era chi studiava. Veterinaria. Biologia. Etologia. C'era chi lavorava come commessa ma aveva sempre avuto la passione per i cani. C'era chi aveva già fatto un percorso cinofilo, più o meno avanzato. Chi aveva già seguito altri corsi. Chi aveva già lavorato con i cani. Un po' tutti qualcosina ne sapevano di cinofilia. E io ero lì, seduto vicino alla porta, sentendo crescere l'ansia a ogni presentazione. Tutti sanno qualcosa. Tutti hanno un background. E io cosa dico? Che dipingo muri? Arrivò il mio turno. Luca mi guardò. Aspettò. Ho preso un respiro.

"Io... faccio il pittore," ho detto, e già sentivo gli sguardi su di me. "E ho un cane che non è molto gestibile.” Pausa. "Ho voluto intraprendere questo corso per una cultura personale. Non per lavorare con i cani.” Silenzio. Tanti dei miei compagni di viaggio mi hanno guardato. Non sapevo se fosse un bene o… Ma poi Luca ha annuito. Ha sorriso. "Va benissimo," ha detto. "Sei nel posto giusto." E quella frase - quelle quattro parole - mi hanno tolto un peso dal petto. Sei nel posto giusto.

E così Luca iniziò la sua lezione. Francamente, non mi ricordo proprio gli argomenti trattati in quella mattina. So che parlò. Tanto. Con passione. So che spiegò cose. Concetti. Teorie. So che usò termini che non avevo mai sentito. Etologia. Condizionamento operante. Rinforzo positivo. Estinzione. Contro-condizionamento. Parole che suonavano strane. Scientifiche. Lontane dal mio mondo fatto di pennelli e vernice. Ma c'era qualcosa nel modo in cui parlava.

Non era arido. Non era noioso. Non era il professore che ti legge dalle slide senza alzare mai gli occhi.

Era... vivo. Raccontava storie. Faceva esempi. Rideva. Ci faceva ridere. Ogni tanto si fermava e chiedeva: "Avete domande? Qualcosa non è chiaro?" E quando qualcuno faceva una domanda - anche la più stupida, anche quella che magari aveva già risposto due minuti prima - lui rispondeva. Con pazienza. Con rispetto. Mai un "te l'ho già detto". Mai un "non hai ascoltato?". Mai un'ombra di giudizio. Solo... insegnamento.

E io, che non avevo mai studiato in vita mia, che odiavo leggere, che scappavo dai libri come dalla peste… Io stavo ascoltando. Non capivo tutto. Anzi, capivo poco. Ma stavo ascoltando. E per la prima volta da quando avevo memoria, non mi sembrava una tortura. Non guardavo l'orologio aspettando che finisse. Non pensavo ad altro. Ero lì. Presente.

Forse perché non era teoria astratta. Non erano date da memorizzare o formule da imparare a memoria. Era il mio cane. Era Augusto. Ogni cosa che Luca diceva, la collegavo a lui. Ai suoi comportamenti. Ai suoi problemi. Alle mie frustrazioni. Ecco perché fa così. Ecco cosa ho sbagliato. Ecco cosa avrei dovuto fare. Pezzetti di un puzzle che iniziavano, lentamente, a incastrarsi. Alla pausa caffè - verso le 11 - sono uscito dalla sala. Avevo bisogno di aria. Di processare. Di respirare. Mi sono acceso una sigaretta. Ne avevo smesse da anni, ma quella mattina ne avevo comprato un pacchetto. E mentre fumavo, ho pensato. Forse ce la posso fare. Forse non sono completamente fuori posto. Forse… Un ragazzo si è avvicinato. Uno dei più giovani del corso."Ehi," ha detto. "Sei quello senza il cane, vero?” Il cuore mi si è stretto. Ecco. Ora mi giudica. Ora mi dice che sono ridicolo. "Sì," ho risposto, preparandomi alla critica. "Figata," ha detto invece, sorridendomi. "Anch'io ho un cane problematico. Ti capisco. Dev'essere dura.” E così abbiamo iniziato a parlare. Lui mi ha raccontato del suo cane. Io gli ho raccontato di Augusto. E in quel momento, per la prima volta, non mi sono sentito solo. Non ero l'unico con problemi. Non ero l'unico che faticava. Eravamo in tanti. Tutti lì per lo stesso motivo. Per imparare. Per capire. Per migliorare. Quando siamo rientrati in aula, Luca aveva riacceso il proiettore. Nuove slide. Nuovi concetti. Nuove storie. Mi sono seduto sulla mia sedia vicino alla porta. Ho aperto il quaderno. E ho iniziato a scrivere. Non tutto. Non riuscivo a tenere il passo. Ma le cose importanti. Le cose che risuonavano. Le cose che pensavo avrei dovuto ricordare quando sarei tornato a casa. Quando avrei rivisto Augusto. E mentre scrivevo, mentre ascoltavo, mentre iniziavo - forse per la prima volta in vita mia - a studiare…. Ho pensato: Forse questa è davvero la volta buona.

Forse ho trovato la persona giusta. Forse non tutto è perduto.

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CAPITOLO 16 - Il brainstorming e il pranzo 

Ad un certo punto il proiettore si spense. E Luca continuò a parlare. Senza slide. Senza supporto visivo. Solo lui e le sue parole. E tutti eravamo incollati alle sue labbra. Non volava neppure una mosca. Perché anche quelle erano state catturate dallo share del grande Luca. C'era qualcosa di magnetico nel modo in cui parlava. Nel modo in cui raccontava. Nel modo in cui ti faceva vedere il mondo attraverso gli occhi di un cane. Non era un monologo. Non era una lezione cattedratica. Era una conversazione. Un dialogo. Anche quando eravamo noi solo ad ascoltare. Dopo poco ci disse di fare il brainstorming. Ci divise in due gruppi.  "Quando avrete finito," disse con quel sorriso tranquillo, "mi troverete a tavola per il pranzo. Nella sala ristorante dell’hotel." E uscì. Lasciandoci lì, divisi in due gruppi, a guardarci un po' spaesati.

Non voglio sempre fare la vittima. Non voglio sempre rendermi quello ignorante.

Ma lo ero. E alla parola "brainstorming" non capivo cosa volesse dire.

Gli altri sembravano capire. Si erano già messi in cerchio. Avevano tirato fuori i quaderni.

Io ero rimasto seduto sulla mia sedia, guardandoli, cercando di capire cosa stesse succedendo.

Cosa diavolo è un brainstorming? Cosa dovrei fare? La solita sensazione di inadeguatezza stava iniziando a montare. Laura, una compagna del corso, se ne accorse.

Una ragazza molto magra ma molto solare. Uno di quei sorrisi che ti scalda anche nelle giornate più fredde. Si avvicinò a me. "Ehi," disse. "Vieni con noi." Notando la mia perplessità sul compito che ci era stato assegnato, mi spiegò cosa dovevamo fare. "Ci mettiamo in cerchio e ognuno racconta quello che gli è rimasto impresso nella mente. Quello che ha capito della lezione di stamattina. E insieme cerchiamo di ricostruire i concetti principali. Di estrapolarne il succo, insomma.” "Ah," dissi, sentendomi ancora più stupido. "Quindi... parliamo di quello che abbiamo capito?” "Esatto," sorrise. "E insieme scriviamo gli appunti. Così se uno ha capito una cosa e l'altro un'altra, alla fine abbiamo tutto.” Ci mettemmo in cerchio. Sei persone. Sei modi diversi di aver ascoltato la stessa lezione.

Laura iniziò. "A me è rimasto impresso quando ha parlato del rinforzo positivo. Che non significa dare sempre premi, ma premiare i comportamenti che vogliamo vedere ripetuti." Un altro ragazzo annuì. "Sì, e ha detto che il timing è fondamentale. Se premi troppo tardi, il cane non capisce cosa ha fatto di giusto.” "E quella cosa sulla punizione," aggiunse una signora più grande. "Che la punizione non insegna nulla. Insegna solo cosa non fare, ma non cosa fare invece."

Ognuno cercava di raccontare quello che gli era rimasto impresso nella mente.

E così, con l'aiuto di tutti, abbiamo più o meno estrapolato sui nostri fogli quello che Luca aveva spiegato nella mattina. Concetti che presi da soli sembravano frammentari, ma che messi insieme iniziavano a formare un quadro. Un quadro che, lentamente, stava iniziando ad avere senso. Io ascoltavo. Annotavo. E ogni tanto, timidamente, aggiungevo qualcosa.

"Mi ricordo quando ha detto che i cani non fanno dispetti," dissi ad un certo punto. "Che se fanno qualcosa che a noi sembra sbagliato, è perché non hanno capito cosa vogliamo. O perché hanno paura. O perché sono confusi.” Laura mi guardò e sorrise. "Sì! Quello è importante. Il cane non è cattivo. Non ti sfida. Sta solo cercando di sopravvivere in un mondo che non capisce completamente.” Il cane non è cattivo.

Quelle parole mi colpirono come un pugno nello stomaco. Perché quante volte, in questi tre anni, avevo pensato che Augusto fosse cattivo? Che fosse sbagliato? Che ci fosse qualcosa di intrinsecamente rotto in lui? vMa non era così. Non era cattivo. Era solo... confuso. Spaventato. Non capiva. E io, invece di aiutarlo a capire, l'avevo solo punito. Strattonato. Sgridato. Peggiorando le cose. Il brainstorming durò circa cinque minuti.

Ma furono cinque minuti importanti. Perché per la prima volta stavo studiando in un modo che aveva senso per me: Non leggendo da solo. Non cercando di memorizzare concetti astratti. Ma parlando. Condividendo. Costruendo la conoscenza insieme agli altri. Quando finimmo, ci alzammo. Chi andò a sistemare il proprio cane. Chi nei trasportini. Chi nelle stanze dell'hotel per chi alloggiava lì. Io, ovviamente, non avevo nulla da sistemare. E quella sensazione - di essere l'unico senza cane, l'unico senza qualcuno da accudire - mi pesava ancora.

Ma cercai di non pensarci. Ci ritrovammo tutti nella sala ristorante. La sala era bella. Elegante ma accogliente. Tavoli lunghi. Tovaglie bianche. Posate lucide. Luca era già seduto a capotavola. Con un piatto davanti e un bicchiere d’acqua. Ci guardò arrivare uno dopo l'altro. Questa volta eravamo solo noi umani. I cani erano nei trasportini o nelle stanze. Al sicuro. A riposare. E quando fummo tutti arrivati - alle 12:40 - iniziammo a mangiare.

Il pranzo fu... strano. Strano perché non era solo un pranzo. Era parte della lezione.

Luca parlava mentre mangiava. Raccontava aneddoti. Rispondeva a domande.

Qualcuno chiedeva: "Ma come fai a gestire un cane che..." e lui rispondeva. Con calma. Con esempi concreti. Era un momento più informale. Più rilassato. Ma non per questo meno formativo.

Ogni storia che raccontava aveva un insegnamento. Ogni aneddoto nascondeva un principio.

Luca a un certo punto si rivolse direttamente a me. "Nicola," disse, e il cuore mi si fermò per un secondo. "Come ti stai trovando finora?” "Bene," risposi, forse troppo velocemente. "Molto bene. È... è interessante.” Sorrise. "Ti aspettavi qualcosa di diverso?" "Sinceramente, non sapevo cosa aspettarmi.” Annuì. "E il tuo cane? Come mai non l'hai portato oggi?” Eccola. La domanda che temevo. Tutti al tavolo si girarono a guardarmi.

Ho preso un respiro. "Non... non riuscivo a gestirlo," ho ammesso, e la vergogna bruciava. "Pensavo che sarebbe stato un disastro. Che avrebbe distrutto tutto. Che..." "Che avresti fatto brutta figura," completò Luca, senza giudizio nella voce. Solo comprensione. “Sì." "Capisco," disse. "E sai cosa? Va bene. Oggi hai ascoltato. Hai imparato. E poi vedremo cosa possiamo fare insieme.” Insieme. Non "vediamo cosa puoi fare tu”. Non "sistemalo e poi torna".

Insieme. Quella parola mi ha colpito più di qualunque lezione teorica.

Perché per la prima volta, dopo tre anni di solitudine, di lotta, di sentirmi giudicato e inadeguato... Non ero più solo. C'era qualcuno che diceva "insieme". Qualcuno che non mi giudicava per i miei fallimenti, ma che era pronto ad aiutarmi a superarli. Il pranzo continuò. Risate. Storie di cani. Consigli scambiati tra i partecipanti.

E io, seduto lì, senza il mio cane ma circondato da persone che capivano...

Mi sentivo, per la prima volta da molto tempo, al posto giusto.

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CAPITOLO 17 - Il registratore e la gabbia

Mi è rimasto molto impresso nella mente quel pensiero della prima mattinata di corso.

Vedere quelle persone che erano lì tranquille e avevano lasciato il loro cane in una GABBIA.

Non mi sembrava affatto una bella cosa. E vedere la loro tranquillità, pur sapendo che il loro cane era chiuso in un’altra parte come un prigioniero… BOOO, contenti loro. Ma mi dispiaceva per il cane.

Pensavo ad Augusto. Se l’avessi portato, avrei dovuto chiuderlo anche io in un trasportino? Avrei dovuto lasciarlo lì, solo, chiuso, mentre io mangiavo tranquillo? No. Non mi sembrava giusto. Eppure tutti lo facevano. Come se fosse la cosa più normale del mondo. Forse sono io che non capisco, pensai. Forse è questo che si fa. Forse è parte del percorso.

Ma comunque non mi piaceva.

Detto questo, appena abbiamo finito di pranzare, ho voluto incamminarmi con la macchina verso Fidenza.

Dieci minuti di macchina. Imposto il navigatore e vedo che il campo di Luca è all’uscita di una strada statale molto importante. E proprio a dieci metri dal campo c’era la Conad. E un negozio di elettrodomestici Expert.

Non capivo il perché - alla vista che c’era un negozio di elettrodomestici - mi sono detto: Prima che arrivino gli altri, vado dentro a curiosare. E così ho fatto. Dopo qualche curva in mezzo alle colline e qualche rotonda, in questa bella giornata di sole, sono arrivato a Fidenza, al campo di Luca. Ma non c’era ancora nessuno. Perfetto. Avevo tempo. Sono entrato nel negozio Expert. A qualche metro dall’entrata c’erano delle ceste con delle offerte.

E in quanto uomo con l’impulso dell’acquisto ossessivo compulsivo, i miei occhi si sono aperti come se fossi stato un gufo a caccia di prede. La mia testa aveva già capito che lo dovevo comprare.

E la mano stringeva già quello scatolino. Realizzo meglio. E in mano mi trovo un registratore da conferenze. Uno di quegli aggeggi che si vedono nelle mani dei giornalisti nei film. Nero. Piccolo. Con i tasti play, rec, stop. Perfetto.

Ecco la soluzione. Se non riuscivo a prendere appunti abbastanza velocemente - e sicuramente non ci riuscivo - avrei registrato tutto. Ogni parola di Luca. Ogni spiegazione. Ogni aneddoto.

E poi, a casa, con calma, avrei riascoltato. Avrei studiato. Avrei imparato. Era geniale. Andai a pagarlo subito.

Arrivato alla cassa, la commessa mi ha guardato e ha sorriso.

Secondo me avevo veramente una faccia da bambino quando arriva Santa Lucia.

Sembrava che avessi tra le mani una bacchetta magica. Una bacchetta magica per far sì che, per una volta nella vita, studiassi meglio. “Anche le pile?” chiese la commessa. “Sì, sì, le pile!” Compro il registratore. E le pile.

Un pacco da dieci pile. Il registratore andava con due pile, ma io pensavo di registrare il mondo e non mi sono limitato a prendere un pacco da quattro. NO. DA DIECI. LO SBORONE!

Come se dovessi registrare un mese intero senza fermarmi mai. Ma meglio avere troppe pile che troppo poche, no? Andai al campo. Ed erano arrivati già tutti. Le macchine parcheggiate lungo il bordo della strada. I cani che uscivano dai trasportini. Le persone che si preparavano. Il campo era esattamente come me lo ero immaginato dalle foto.

Un campo da calcio della chiesa. Erba verde. Porte da calcio. Una recinzione intorno.

Semplice. Funzionale.  E Luca era lì, al centro, che parlava con alcuni partecipanti. Quando mi ha visto arrivare, si è girato.

E mi ha detto, in dialetto parmense: “PITURR! IN DO TSI ANDA???” Pittore! Dove sei andato? Ho sorriso. Gli ho fatto vedere l’acquisto. Il registratore. Le pile. Anche lui ha sorriso. E ha fatto una smorfia.

Un’espressione che ho letto come apprezzamento. Come se avesse capito subito perché l’avevo comprato. Come se avesse pensato: Bravo. Hai capito come fare per te. “Bene,” ha detto. “Così non perdi niente.”E in quel momento mi sono sentito… visto. Non giudicato per la mia difficoltà a studiare.

Ma visto. Capito. Supportato.

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