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La Punizione

Luca Rossi, Direttore tecnico CSdC Italia - Paolo Marcoz, Istruttore CSdC Italia

L’ultima volta che ho punito un cane risale a molto tempo fa: Gennarino, il mio cane, era un cucciolone di nove mesi quando, una situazione apparentemente sotto controllo e tranquilla, si trasformò nel giro di pochi secondi in un’ esplosione di minaccia e aggressione nei confronti di due passanti che si stavano avvicinando alla nostra abitazione.

Questi, in preda al panico e non avendo la benché minima conoscenza di comportamento canino, iniziarono a scalciare e ad agitare i bastoni che tenevano in mano, ottenendo il solo risultato di sovraeccitare ulteriormente il cane. Ed io, che all’epoca in fatto di cani non ne sapevo molto di più di loro, cercavo in tutti i modi di prendere e trattenere il mio cane. Tutto fu inutile.

Più passava il tempo, più cresceva dentro di me il disagio, la rabbia, il senso di inadeguatezza e di frustrazione. Fu questa l’ultima volta in cui usai la punizione nel tentativo di estinguere un comportamento. Quel giorno ha trasformato la mia vita: fu proprio a seguito di quell’episodio, che decisi di iscrivermi al corso allievi istruttori del Centro Studi del Cane Italia, incominciando ad appassionarmi allo studio della mente e del comportamento dei cani. Mai, prima di allora, avrei potuto immaginare che quell’esperienza avrebbe addirittura cambiato il mio modo di pensare e di vivere, modificando persino la mia filosofia di vita, la mia visione del mondo. I cani cercano in tutti i modi di attirare l’attenzione dei loro partners umani che spesso sono più portati a dare importanza ai comportamenti negativi e sgraditi, piuttosto che a quelli positivi.

Quante volte rimproveriamo verbalmente il nostro cane per un comportamento sgradito, senza pensare che, in questo modo, non stiamo facendo altro che rinforzare il comportamento esibito, perché stiamo comunicando al cane che con quel comportamento è riuscito ad ottenere la nostra attenzione. Per me, é stata una bellissima scoperta e anche, per certi versi, un concetto sconvolgente e “rivoluzionario”, imparare che un comportamento che viene ignorato e che non viene più rinforzato, col tempo va in estinzione.

Spesso quando pensiamo di educare o addestrare un cane, è perché già abbiamo in mente tutta una serie di comportamenti a noi sgraditi che vorremmo “correggere” e perché, molto probabilmente, abbiamo già tentato di risolvere il problema sgridando o punendo il cane ad ogni occasione in cui si è verificato il comportamento indesiderato, ma senza riuscire ad ottenere i risultati sperati. Il problema potrebbe derivare dal fatto che non ci è chiaro cosi significhi davvero “punizione” né come applicarla.

La PUNIZIONE è un evento esterno che tende ad estinguere e sradicare un comportamento indesiderato; deve fermare il comportamento in corso e diminuire le probabilità che questo si ripeta. Deve avvenire pertanto all’inizio della produzione del comportamento indesiderato. Per essere efficace la punizione deve avere 3 caratteristiche ben precise: Deve essere tempestiva. La punizione deve raggiungere il cane nel momento stesso in cui lo stesso esibisce l’azione indesiderata. Un attimo in anticipo o in ritardo vanifica l’effetto dell’ intervento. E’ necessario quindi essere molto attenti e precisi nel cogliere l’attimo i cui il cane esprime il comportamento indesiderato. Deve essere traumatica.

Questo non significa che la punizione debba necessariamente provocare dolore ma che deve sorprendere negativamente il cane; esso dovrà rimanere “di stucco”, sfavorevolmente impressionato! Ricordiamoci inoltre che per alcuni cani sarà opportuno che l’aspetto traumatico sia molto basso: l’intensità dell’evento traumatico dipende infatti dalla tempra del cane, cioè dalla sua capacità di sopportare stimoli negativi o avversi. Infine, la punizione deve essere priva di legame con il proprietario.

Il cane non dovrà in nessun caso associare la punizione subita, al suo proprietario; in caso contrario il cane potrebbe imparare a non esprimere più il comportamento indesiderato in presenza del proprietario, ma continuare ad esprimerlo in sua assenza; inoltre la connessione “punizione-padrone” potrebbe compromettere il rapporto relazionale basato sulla fiducia reciproca. Per rendere più evidente quanto fin qui enunciato vi racconterò di come il mio maestro Luca Rossi, sommando alla conoscenza della materia un po’ di ingegno e fantasia, sia riuscito ad estinguere il brutto vizio del cane di un suo cliente; il quadrupede oggetto del racconto, che nel rispetto della sua privacy chiameremo semplicemente Fido, aveva il brutto vizio di salire sul letto del padrone. Il suo padrone, fortunatamente, aveva un grande lampadario appeso al soffitto della sua stanza e, come spesso accade, il lampadario era posizionato proprio sopra il centro del letto.

Il piano machiavellico cominciò con la raccolta di una decina di lattine vuote di bibite; in seguito le lattine furono infilzate tipo “collana” con uno spago sottile per arrosti, così che restassero tutte legate, ad una certa distanza tra loro, ad una delle due estremità delle cima; in seguito, alla faccia dell’ignaro Fido, si fece passare lo spago su uno dei bracci del lampadario, di modo che le lattine fossero penzoloni sopra il letto e fuori vista del cane; l’altra estremità dello spago, sufficientemente lungo da consentire al proprietario sia di essere fuori dalla stanza che di poter osservare la scena, era appunto nelle sue mani. Quando l’intraprendente “Fido”, dopo aver dato una bella spinta di reni, appoggiò le zampe anteriori sul materasso, come per magia venne travolto da questa pioggia astrale di lattine vuote che non solo lo colpirono fisicamente (senza ovviamente fargli alcun male) ma provocarono anche un discreto rumore a rinforzo della sgradevolezza dell’avvenimento. Fido scese immediatamente dal letto e cercò conforto dal suo proprietario che… misteriosamente sogghignava sotto i baffi!

L’evento traumatico delle lattine estinse il “vizio” di Fido di salire sul letto. Fin qui abbiamo parlato della punizione come sistema di estinzione dei comportamenti in quanto associato all’evento negativo che porta, normalmente, alla scomparsa del comportamento stesso. Tuttavia le punizioni, così come le gratificazioni, sono rinforzi negativi o positivi che, quando applicati in fase di costruzione dei comportamenti e nel rispetto di determinate teorie di addestramento, quali ad esempio il condizionamento operante, determinano la frequenza del comportamento. In ogni caso, con il termine punizione ci si riferisce ad un evento o situazione che si concretizza dopo lo sviluppo di una determinata risposta comportamentale: il termine punizione ha sempre una valenza indesiderabile per il soggetto operante.

Esistono due sistemi di utilizzo della punizione a seconda che si faccia riferimento alle modalità di estinzione dei comportamenti contemplate secondo la filosofia dell’addestramento che si riferisce al metodo gentile oppure dell’addestramento coercitivo. In questo secondo caso, per estinguere un comportamento, viene applicata la punizione positiva; con detto termine si intende l’ applicazione di uno stimolo avversivo; l’esempio più triste e conosciuto è quello dell’utilizzo dei collari elettrici; nel momento in cui il cane esprime un comportamento indesiderato, lo stesso “subisce” uno stimolo negativo che lo induce ad interrompere il comportamento che stava esprimendo.

E’ piuttosto evidente che, un cane che stia per esempio saltando addosso ed abbaiando per salutare una persona e riceva una scossa elettrica durante l’azione che sta compiendo, cessi immediatamente ciò che stava facendo, ovvero i suoi troppo irruenti saluti. La punizione positiva, dunque, rappresenta in modo evidente una conseguenza indesiderata per il cane che tenderà a non ripetere il comportamento espresso nel momento in cui un avvenimento negativo si è verificato; ciò per evitare le conseguenze che il comportamento sbagliato ha comportato. Diversamente la punizione negativa consiste nell’omissione di tutto ciò che per il cane rappresenta una ricompensa; la punizione negativa rappresenta quindi la scomparsa , l’esclusione, la mancanza di tutto ciò che nel soggetto operante produce una emozione positiva. Tornando all’esempio dell’abbaio e dei salti durante manifestazioni di “saluti” eccessivi, dobbiamo considerare che per il cane il rinforzo al suo comportamento ovvero il premio alle sue “avances”, sarà proprio il nostro interagire con lui per cercare di farlo smettere. Omettere la ricompensa significherà dunque ignorare il cane; ignorare il cane e dimostrarci silenziosi e passivi è un esempio di punizione negativa.

ALCUNE CONSIDERAZIONI SUGLI STIMOLI PUNITIVI

1) Devono essere stimoli avversivi che il cane non si aspetta
2) Devono estinguere il comportamento, altrimenti sono abusi
3) Devono essere dell’intensità giusta altrimenti se saranno eccessivi tenderanno a chiudere il cane; se invece saranno scarsi il cane svilupperà resistenza alla punizione
4) Devono essere agiti durante il comportamento
5) Non devono essere riconducibile al proprietario, altrimenti il cane impara che la sua presenza è un segnale e che la punizione puo’ arrivare ma che in sua assenza non arriverà. Il risultato? Un cane furbo!!
6) Devono avvenire ogni volta che il comportamento si esprime altrimenti il cane potrà pensare che a volte la punizione arriva, e a volte no; ciò renderà ancora piu’ difficile estinguere il comportamento
7) Devono esserci alternative per il cane il quale dovrà essere messo in condizione di eseguire un comportamento accettabile ed avere l’opportunità di esprimerlo; tutto questo per poter evitare la punizione
8) Non devono essere mai usati a tal punto che gli stimoli punitivi diventino per il cane piu’ importanti del rinforzo. Se non si possono seguire tutte queste regole si dovranno preventivare effetti collaterali, non desiderati e non voluti